Breadcrumbs

Le analisi roboanti sulla natura della presente crisi economica si sprecano: strutturale, epocale, di svolta, ecc. il capitalismo uccide, affama, imbarbarisce la vita di milioni di persone.
Lotte tante, tantissime, di operai, di studenti, di interi territori contro le speculazioni e le devastazioni profittevoli per pochi, tuttavia resta il panorama di disgregazione delle forze di sinistra. Gli appelli all’unità fioriscono ovunque, eppure a tutti questi appelli seguono puntuali la divisione e la frammentazione, con relative polemiche contro le “forme della politica da superare”. Obiettare che l’unità si fa sui contenuti è una ovvietà: cosa si fa se i contenuti sono divergenti? Come si unifica chi vuole obbedire alla Bce e chi lotta per non pagare il debito dei banchieri?
L’essenza di tutte le nostre sciagure è stata la partecipazione ai governi di centro sinstra nel quale la sinistra ha fatto le stesse politiche della destra e per questo è stata duramente punita. A Bertinotti va il merito di essere riuscito ad annullare la rappresentanza del movimento operaio in parlamento che esisteva dal 1892 (con l’eccezione del ventennio fascista).
Allo scorso congresso di Chianciano abbiamo sventato l’ipotesi liquidazionista del Prc. L’allora gruppo dirigente uscente si è cosparso il capo di cenere, “non lo faremo più”, “le parole devono essere coerenti con i fatti”, ecc. Almeno per un anno una nuova maggioranza ha diretto il partito con l’obiettivo di recuperare fiducia e consenso presso quei settori degli sfruttati che ci avevano voltato le spalle a causa della nostra compromissione con le politiche liberiste del governo Prodi.
Tuttavia quella che divenne nota come la svolta di Chianciano (“in basso a sinistra”) si è rapidamente esaurita in una ricerca spasmodica di legittimazione del nostro ruolo presso il Pd, in una politica di nuove alleanze con il centro sinistra (peraltro spesso rifiutate), tanto che nel 2009 il gruppo dirigente approva un documento politico nel quale la nostra alternatività strategica al Pd diventa la semplice indipendenza dal Pd. Cambio di politica, quindi cambio di maggioranza che dirige il partito, con l’uscita della nostra area dalla segreteria nazionale.
A tre anni dal congresso di Chianciano abbiamo un partito dimezzato, con una rappresentanza istituzionale al lumicino e una strategia di alleanze a dir poco rocambolesca.

Un congresso che non riguarda solo gli iscritti

Tuttavia, nel panorama disgregato della sinistra, Rifondazione Comunista resta la forza politica che aggrega il maggior numero di attivisti, un patrimonio prezioso il cui destino non riguarda solo gli iscritti. Gli esiti del nostro dibattito congressuale riguardano tutti coloro che non si rassegnano al cosiddetto neoliberismo e che continuano a militare e a lottare.
Perché il problema dei problemi è la mancanza della rappresentanza politica del movimento operaio, delle lotte, dello scontro di classe.
Un partito della classe serve perché non basta lottare nel proprio posto di lavoro, nel territorio, serve che queste lotte dialoghino fra loro, raccolgano la molteplicità dei soggetti nello scontro con il comune avversario, il sistema capitalista. Un partito deve dare voce, essere coscienza storica, ma anche esprimere una opinone sulla natura dei conflitti in campo, consentire alle singole lotte di essere riconosciute da tutti i settori della società e dare battaglia contro gli avversari di classe, i finti amici. Questa forza politica deve saper conquistare la fiducia attraverso la sua condotta coerente, solo su queste basi si può avanzare.
Negli ultimi due anni abbiamo avuto tante mobilitazioni, tanti punti di rottura, la Innse di Milano, il referendum alla Fiat di Pomigliano e a Mirafiori che hanno spinto la Fiom a emergere come punto di riferimento con la grande manifestazione del 16 ottobre 2010, le lotte studentesche, le vertenze territoriali a partire dalla Valsusa e decine di vertenze, da Fincantieri all’Irisbus. I lavoratori immigrati, i cui diritti minimi dipendono dal permesso di soggiorno e cioè dall’avere un posto di lavoro a contratto, hanno alzato la testa denunciando lo sfruttamento, l’ipocrisia del permesso di soggiorno stesso e il rapporto schiavistico che lo sottende.
Tutte queste vertenze hanno messo al centro con coerenza il diritto a non cedere, entrando in conflitto con le compatibilità del sistema e hanno sempre rotto il quadro unitario delle organizzazioni a sinistra. E in questa rottura si sono mostrati un riferimento nel quale larghi settori si sono riconosciuti. La vicenda dello scontro Fiom-Fiat ne è l’esempio più lampante.

Quale partito per quale battaglia

Questi movimenti hanno supplito l’assenza di un partito e spesso anche del sindacato, si sono fatti carico, in assenza che altri lo facessero di mettere al centro, nei fatti e non a chiacchiere, la lotta di classe. Tuttavia, per quanto la pressione della partecipazione di massa possa essere molto forte e abbattere sorprendentemente le oligarchie più consolidate, la supplenza non può essere eterna. Nei momenti di avanzamento, tutti si sbracciano a dire “viva gli operai di Pomigliano”, “se non c’era Pomigliano il 16 ottobre non si sarebbe mai fatto”.
Poi, appena la classe allenta anche di poco la pressione, arrivano le solite sirene a dire che non c’è il livello di coscienza e che dobbiamo metterci tutti insieme nel calderone per difenderci dalla crisi, dalla destra.
Sorgono allora strane aggregazioni, tentativi “unitari” che vorrebbero suggerire la soluzione della rappresentanza della sinistra. Tanto più che si sente odore di elezioni anticipate. La Fiom con Rinaldini insieme ai Disobbedienti danno vita a Uniti contro la crisi, poi modificatosi in Uniti per l’alternativa a sottolineare l’impegno dei suoi promotori ad identificarsi con una proposta “costruttiva”. Come ha detto Casarini a Genova, è necessario irrompere nelle istituzioni. E non c’è nulla di male, ma se nel fragore dell’irruzione ci si presenta al comodo guinzaglio delle primarie col Pd, allora sì che c’è molto di male.
Altrettando dicasi delle ambizioni vendoliane di Sinistra Ecologia e Libertà: le spericolate operazioni di scalate sui grigi burocrati del Pd si rivelano in tutta la loro pochezza, perché quando il carro su cui si sale è quello del centro sinistra, non ci sono poesie che tengano. Tabacci docet.
Per non parlare della Federazione della Sinistra, con larga parte delle sue componenti che rivendicano l’alleanza e la prospettiva di governo con il centro sinistra. I timidi tentativi di posizionare questa forza nel conflitto vengono prontamente strozzati nella culla, come quando l’organismo dirigente nazionale sconfessa il suo stesso portavoce non prendendo posizione sull’accordo del 28 giugno. E di fronte a questa paralisi, i due soci fondatori Lavoro e Solidarietà e Socialismo 2000 danno vita ad un’unica formazione, il Partito del lavoro, interpretando da un punto di vista moderato e burocratico l’esigenza della rappresentanza del lavoro.
Insomma tutti questi strani “accrocchi” a sinistra del Pd, ma sempre ad esso collegati, sono solo il tentativo di imbrigliare il protagonismo di chi lotta nelle secche del bipolarismo.
Se il Prc ha ancora la possibilità di mantenere fede alla sua missione storica (rifondare il comunismo) deve essere il partito di classe: una forza politica che metta al centro i lavoratori contro ogni adattamento alle compatibilità, e su questa base possa parlare all’insieme dei movimenti di lotta che attraversano il nostro paese. Non lo si fa promuovendo l’ennesima “costituente” salvifica, ma facendosi portatori di questa istanza in ogni ambito: di movimento, di fabbrica, di sindacato e, sì, anche politico. Noi cominceremo da questo congresso.

*Comitato politico nazionale Prc

Leggi anche:

Joomla SEF URLs by Artio