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Ieri, 31 gennaio, si è svolto a Roma un sit-in di sostegno alla lotta del popolo egiziano. È stato partecipato, c’era circa un migliaio di persone, considerato che l’orario non era molto favorevole alla partecipazione di egiziani, a Roma impiegati per lo più nella ristorazione.

“Youm al-ghadab”, il giorno della rabbia, continua in Egitto dopo la manifestazione del 25/ gennaio convocata dalle opposizioni, sull’esempio del popolo tunisino, e anche ieri si è avuta notizia di manifestazioni nella capitale, il Cairo, con cariche della polizia e l’uccisione di almeno 2 manifestanti (che si aggiungo ai 5 morti del 25), e in altre parti del paese.

La cosiddetta guerra al terrore ha indiscutibili pregi e incontrollabili difetti per l'imperialismo. La puoi dichiarare quando e come vuoi, a chi vuoi e con motivi disparati. Può essere preventiva, in cerca di armi, di impianti nucleari o di singolo individui. E' una guerra che si fregia del Nobel per la pace.

(mentre Prodi, Bonino e Montezemolo guardano altrove)

Da oltre 18 mesi l’Egitto è attraversato dall’ondata di scioperi più vasta degli ultimi decenni. Le proteste hanno raggiunto il loro culmine nelle giornate del 6-8 aprile quando i lavoratori della zona industriale di Mahalla Kubra sono scesi in sciopero a migliaia, nonostante il diritto di sciopero sia proibito per legge, e sono stati attaccati duramente dalla polizia.

 6 aprile: una prova generale per i movimenti futuri

Da quando questo articolo è stato scritto le mobilitazioni in Egitto non si sono fermate, nonostante la repressione da parte dell'apparato dello stato. Gli scontri sono continuati per le strade attorno alla fabbrica tessile di Mahalla, mentre diversi leader operai sono ancora in stato di fermo. Nei prossimi giorni seguiremo ancora lo sviluppo degli avvenimenti.


Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sulla lotta di massa e la repressione in Birmania, il regime egiziano di Hosni Mubarak, al potere dal 1981 dopo l'assassinio del precedente leader Sadat, sta attraversando una crisi profonda, propiziata da una delle più importanti lotte operaie da alcuni decenni a questa parte. 

Perché ci opponiamo alla missione libanese


La missione Onu in Libano, come si è visto in queste settimane, ha trovato un sostegno quasi unanime nella sinistra italiana. Anzi, quanto più ci si sposta a sinistra nell’arco parlamentare, tanto più cresce l’entusiasmo per il ritorno in campo di questa istituzione, uscita assai ammaccata dalle vicende irachene. Si saluta con entusiasmo la “fine dell’unilateralismo Usa”, spingendosi persino a proporre che la missione Onu venga estesa in Palestina come strumento per porre fine all’occupazione israeliana e creare, finalmente, uno Stato palestinese.
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