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fm 258smallL'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

 

La scintilla dell’Italia siamo noi”. È uno degli slogan scanditi dei lavoratori dell’Amt di Genova nei cinque giorni di sciopero “selvaggio” che ha paralizzato la città. Una lotta esemplare, che ha dimostrato la forza della classe lavoratrice una volta che si mobilita.

Una lotta che ha impaurito i commentatori della borghesia, che titolavano sui loro giornali che a “Genova comanda la piazza”, preoccupati dal fatto che “gli autisti non possono tenere in ostaggio la città”. (come da editoriale del Secolo XIX).
Cosa ha fatto scendere in sciopero le maestranze del trasporto pubblico, incuranti di sanzioni, multe e precettazioni? Perché i lavoratori delle altre partecipate del comune si sono uniti alla protesta? E perché tutta la città di Genova è stata solidale?
La ragione è nella politica di svendita, di tagli e di sacrifici che da anni i governi nazionali e locali stanno portando avanti. Una politica che incide sulle vite di tutti i lavoratori e delle loro famiglie.  Già nel maggio scorso i dipendenti dell’Amt avevano accettato esuberi e tagli per 1500 euro all’anno del contratto integrativo. La misura era ormai colma.
La situazione genovese è comune a tante altre aziende del trasporto pubblico locale. Su 1.140 aziende, pubbliche e private, “il 43-44% è tecnicamente fallito", spiega il sottosegretario ai Trasporti Erasmo De Angelis. Pesano i pesanti tagli ai finanziamenti statali: il Fondo unico nazionale è di 4,9 miliardi rispetto al fabbisogno di 6,4. La logica del pareggio di bilancio metterà in discussione un servizio pubblico di primaria importanza e migliaia di posti di lavoro.
Eppure per il governo Letta-Alfano questa rimane l’unica strada. La “spending review” (“ce la chiede l’Europa”) comporterà altri 32 miliardi di tagli nei prossimi tre anni. Altri 10-12 miliardi di euro entreranno dalla cessione di quote di Eni, Fincantieri, Snav, Enav e altre società appetibili per i privati.  
Della legge di stabilità in discussione in parlamento parliamo nella pagina a fianco.


Il governo di “larghe intese” sembra vivere in una bolla di sapone, incurante del mondo reale. La “ripresa è a portata di mano”, “bisogna avere fiducia” ci spiega Letta, mentre l’Italia vive un degrado economico, sociale e ambientale (vedi la tragedia della Sardegna) mai visti prima.
Eppure “il governo non è mai stato così forte” sentenzia il Presidente del consiglio e non importa se il Pdl si spacca e Berlusconi è a un passo dal ritirare la fiducia.
Il ministro Cancellieri è un’amica  di lunga data dei faccendieri Ligresti e fa uscire dal carcere la figlia di Salvatore, svelando ancora una volta come la giustizia sia di classe: “garantisco io”, dice Letta, e la sfiducia in Parlamento è respinta.
Questa arroganza sfacciata, questo muro di gomma era possibile finchè la rabbia e l’indignazione popolare rimaneva sostanzialmente sopita e trattenuta e sembrava regnare la pace sociale, anche grazie al ruolo dei vertici sindacali, che hanno fornito un sostegno totale all’unità nazionale.
Oggi qualcosa sta cominciando a cambiare. Non lo dicono solo le giornate di Genova. Lo confermano anche le decine di migliaia di persone in piazza a Napoli il 16 novembre contro l’avvelenamento del territorio che avviene da decenni in Campania, lo ha ribadito il popolo NoTav, quello stesso giorno, in una Valsusa che non ha alcuna intenzione di arrendersi.
Il risveglio della lotta di classe non può non avere un effetto sugli equilibri politici.
Di questo governo così debole, il Partito democratico è diventato il principale garante, ma questo ruolo di tutela degli interessi della borghesia porta ad una crescente disaffezione e critica da parte dell’elettorato e della base democratica. Le difficoltà aumenteranno, con l’elezione di Renzi che eserciterà una pressione da un lato e le mobilitazioni che premeranno sui vertici di organizzazioni come la Cgil.

 

Il sindaco Doria ha confidato in un intervista al “Corriere” che “Mi sento triste perché la gente mi odia”. E non se ne spiegava il motivo. In questa frase c’è tutto il distacco di questi sindaci e amministratori dalle condizioni di vita dei lavoratori e dalle loro famiglie.
Ed è sempre qui, assieme alla telefonata di Nichi Vendola al fiduciario della famiglia Riva, dove si palesava tutta la vicinanza e la collusione del Governatore con uno dei padroni più potenti d’Italia, che stanno le ragioni della crisi della sinistra in Italia.
Una sinistra che ha disconosciuto il conflitto di classe passando armi e bagagli dalla parte del capitalismo e che oggi è fra i garanti delle politiche filopadronali ovunque abbia responsabilità di governo.
Una sinistra che ha seminato illusioni nelle alleanze col Partito democratico. Da ciò non è esente Rifondazione comunista che ha appoggiato Doria a Genova e che continua ad appoggiare Pisapia a Milano, Vendola in Puglia, Rossi in Toscana…
Il gigantesco problema della direzione del movimento operaio si conferma anche nell’esito della lotta dell’Amt a Genova. I dirigenti sindacali sia confederali che autonomi, che non avevano alzato un dito per difendere i lavoratori, sono corsi in fretta e furia a tentare di fare ingoiare un pessimo accordo, che tradisce tutte le ragioni della lotta e le aspettative dei lavoratori; la privatizzazione è solo rinviata, mentre prosegue l’attacco alle condizioni di lavoro. Si sono messi sotto i piedi la famosa “democrazia” di cui si riempono sempre la bocca. Ma se pensate di aver risolto il problema vi illudete, cari signori: la rabbia che si è accumulata è troppa e ognuna delle vostre “imprese” vi scoppierà tra le mani. Quello che è successo a Genova può succedere domani in qualsiasi azienda nel nostro paese.
Il problema a Genova è che non c’era una direzione alternativa, che facesse un appello ad allargare il fronte di lotta dapprima ai lavoratori del trasporto locale e poi a tutti i lavoratori del paese. Una direzione del genere, tuttavia, non s’improvvisa.
La lezione della lotta di Genova è che si poteva vincere, che è possibile resistere agli attacchi della controparte ma che con questi burocrati sindacali non si va da nessuna parte.
La scintilla di Genova non ha acceso la miccia della mobilitazione generale, ma questa miccia è ancora lì, pronta ad essere innescata.

 

Più volte abbiamo spiegato nel passato che la costruzione della sinistra di classe non si potesse effettuare in laboratorio ma sarebbe stato il prodotto della relazione fra le dinamiche del conflitto di massa e l’azione soggettiva. I fatti ci stanno danno ragione.
Da un parte, gli appelli all’unità della sinistra si ripetono stanchi e uguali a se stessi, nelle varianti “di governo” e “di alternativa”. Chi si ricorda della manifestazione di Landini e Rodotà del 12 ottobre a Roma, ad esempio?
Dall’altra, il conflitto di classe esiste, irrompe sulla scena politica, spariglia le carte in tavola. Decine di migliaia di lavoratori e di giovani sono stati attivi nelle mobilitazioni delle ultime settimane o hanno guardato con estremo interesse agli sviluppi di Genova.
Nelle loro menti si affollano molte domande. Il senso di disorientamento che ha prevalso in questo ultimo periodo lascia a poco a poco il posto, fra le migliori avanguardie, ad una consapevolezza: che lottare è possibile, che è nel conflitto che si può trovare la chiave di volta per la crisi italiana.
Il compito dei marxisti e dei rivoluzionari è intervenire in questa situazione, spiegare il bisogno della rottura con le illusioni riformiste, la necessità dell’adozione di un programma rivoluzionario e della costruzione di un partito di classe. Strumenti necessari per intervenire in questa nuova epoca che in Italia, come già in diversi altri paesi del mondo, sarà un epoca di lotta di classe, di rivolte e di sconvolgimenti rivoluzionari.

25 novembre 2013

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