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Una nuova accoppiata di politici s’aggira per l’Europa: Marine le Pen e Matteo Salvini. Entrambi di destra, la prima è la dirigente del Fronte nazionale (Fn) francese, primo partito alle Europee del 2014, demagoga reazionaria in servizio effettivo e permanente – dal sontuoso maniero familiare di St.-Cloud – contro gli immigrati, la religione musulmana, il “mondialismo” ed i burocrati amici dei banchieri al comando dell’Unione europea. Il secondo, Salvini, ha martellato con metodo su questi medesimi punti per risollevare la Lega Nord (Ln), due anni fa travolta dal crepuscolo bossiano.


Dopo l’attentato contro Charlie Hebdo a Parigi, la Le Pen afferma che l’occidente è in guerra – ma non si riferisce a Iraq, Siria, Afghanistan, ecc. – ed i governi sono troppo morbidi ed ha l’audacia politica di criticare da destra l’unione nazionale, invitando i francesi a liberarsi da ogni tabù progressista nel parlare di immigrazione; non paga, chiede un referendum per reintrodurre la pena di morte e poteri speciali per polizia ed esercito. Salvini gira sulle stesse note, aiutato specialmente da Borghezio, eurodeputato della Lega nonché amico dei neofascisti.
Fn e Lega non hanno formato un eurogruppo nel parlamento di Bruxelles a causa delle divisioni nazionali vive e deflagranti nella destra populista e nazionalista europea. Si tratta tuttavia di partiti politici che con furbizia si presentano come “movimenti”, in ascesa grazie ad un presunto ma inesistente orientamento “contro il sistema”. Questa crescita elettorale porta la Le Pen a porsi l’obiettivo di traghettare il Fn nei “salotti buoni” della borghesia francese e divenirne la nuova e più aggressiva voce politica, scalzando così i gollisti – ora organizzati nell’Unione per un movimento popolare (Ump) – che ricoprono tale ruolo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Salvini pone anch’egli obiettivi ambiziosi alla sua Lega Nord, cercando di farne il perno per la ricostruzione post-berlusconiana del centro-destra in Italia. Su quest’ultimo terreno, comunque, se la strada non è certo priva di cospicui ostacoli per il Fn, certamente appare ancor più chiusa per la Lega Nord.

Le “spine” di Salvini

Alcuni sondaggi ed i risultati delle regionali in Emilia-Romagna, dove la Lega ha doppiato Forza Italia ma perde 55mila voti sul 2010, potrebbero accreditare le pretese leghiste. Il problema davanti alla Ln, però, è la sua base territoriale ristretta al Nord del paese con esigue propaggini a Sud dell’Emilia-Romagna. Trattandosi di un dato cristallizzatosi in più di vent’anni di storia politica, non basta certo la volontà soggettiva di un dirigente per rimuoverlo. Il blocco formatosi in occasione delle Europee tra Borghezio ed una parte dell’estrema destra romana, anch’essa orfana di Berlusconi, non fornisce ovviamente la forza elettorale necessaria a superare il problema che si erge davanti alle ambizioni di Salvini. La precipitosa costituzione, a dicembre 2014, del comitato elettorale nazionale “Noi con Salvini” – all’inizio doveva chiamarsi “Lega dei popoli” – è dunque la proposta tattica per recuperare il ceto politico in rotta del centro-destra, sia Fi che Ncd, assieme magari ai suoi interessi materiali ed alle sue clientele portatrici di voti. Se questo tentativo è razionale, dal versante di Salvini, il Pd di Renzi continua a calamitare la politica borghese e l’afflusso verso l’ennesimo nuovo soggetto politico sembra poca cosa, soprattutto in termini di blocco sociale. Si tratta, sinora, di sparuti gruppi di consiglieri comunali o carrieristi di provincia caduti in disgrazia nel loro feudo e alla ricerca di un punto di riferimento visibile al quale aggrapparsi, come verificatosi a Salerno, Trapani, in Calabria, ecc. Un maggiore successo della linea “nazionale” avanzata da Salvini potrebbe peraltro agire come detonatore per l’esplosione di conflitti maggiori nel cuore della Lega Nord, soprattutto in Veneto. Lì, l’insofferenza per i “lombardi” alla guida del partito si alimenta anche della volontà di molti amministratori, guidati dal sindaco di Verona Tosi, di curare la propria rete di collegamento con la classe dominante senza alcun tipo di ingerenza esterna.

Il Fn alla corte della borghesia

Se il programma della Lega Nord e quello del Fn sono già quasi sovrapponibili (razzismo, protesta fiscale e protezionismo), la loro base d’appoggio non è confrontabile. Il Fn, malgrado resti debole in alcune grandi aree urbane, ha risultati elettorali a doppia cifra e organizzazione su tutto il territorio.
Lo sviluppo elettorale recente del Fn, per la prima volta oltre il 20 per cento, è una minaccia seria per i giovani ed i lavoratori; neanch’esso, però, è privo di debolezze. L’indagine su un ingente sistema di finanziamenti a beneficio del Fn da parte di banche statali russe, all’ombra di Putin, si sta allargando e riflette le resistenze interne alla classe dominante verso il Fn. Da sempre, infatti, è un partito che, con le sue provocazioni razziste, perbeniste ed anti-operaie, infiamma la società francese, in particolare la gioventù. Soltanto nel 2013, infatti, gli studenti medi sono stati protagonisti di un movimento di massa contro Fn e le espulsioni di due ragazzi senza documenti di soggiorno.
Oggi è in campo un tentativo cosciente da parte di Marine Le Pen per “sdoganare” definitivamente il Fn agli occhi della classe dominante. Allo scopo, la Le Pen rafforza la centralità elettorale del suo “Raggruppamento Blu Marine” e promuove alcuni transfughi della destra “rispettabile” come Philippot, vice del Fn al quale s’iscrisse soltanto nel 2010 ed ex studente dell’elitaria Scuola normale per l’amministrazione. Tutto ciò, come alcune finte aperture ai diritti delle donne – la Le Pen non attacca il diritto all’aborto ma vorrebbe che fosse finanziariamente a carico delle donne –, dovrebbe servire a far uscire il Fn dal ghetto identitario d’estrema destra e nostalgico. In questo restyling si colloca anche il conflitto latente tra Marine Le Pen ed il padre Jean-Marie, tirannico fondatore del Fn e più lento nel riposizionarsi tatticamente sullo scacchiere borghese.
Tuttavia, ciò che fa di questa ascesa qualcosa di più solido è la crisi del sistema politico borghese. A sinistra il partito socialista, al governo dal 2012, ha la direzione più destrorsa e filo-padronale degli ultimi decenni ed una popolarità in picchiata (12%). A destra, l’Ump è logorata da una guerra tra bande e le primarie hanno rimesso in sella, col 64%, un vecchio arnese come Sarkozy. A ciò si aggiunge la crisi del Fronte di sinistra (Fdg). Le formazioni principali del Fdg, il Pcf ed il Partito di sinistra di Mélenchon, sono state incapaci di proporre un’alternativa rivoluzionaria, come evidenziato anche dal loro recente accodarsi all’unità nazionale. Quest’ultimo fattore consente un’espansione tra i lavoratori della demagogia nazionalista e protezionista del Fn. Questa propaganda è ormai affiancata da un programma economico statalista – all’opposto del liberismo del Fn negli anni ’70 ed ’80 – e da maggiore cautela nell’attaccare gli scioperi. Durante lo sciopero a oltranza dei ferrovieri del giugno 2014, dirigenti nazionali del Fn hanno persino difeso gli scioperanti, in nome della protezione del servizio pubblico. Quando, però, gli scioperi spaventeranno nuovamente la borghesia, il Fn tirerà di nuovo fuori la sua anima filo-capitalista e denuncerà gli scioperanti e la Cgt senza pietà.
Finora nessun settore decisivo del capitalismo francese s’è messo nelle mani del Fn. Dopo aver spremuto il Partito socialista, i padroni della finanza e delle multinazionali proveranno ancora una volta i gollisti. Oltre ad una possibile resistenza del gollismo – tradizioni politiche con più di mezzo secolo di vita non muoiono così facilmente –, assistiamo anche all’orientamento dell’ala destra del Partito socialista a seguire le orme del Pd italiano come partito di riferimento della borghesia.
La lotta contro la crescita dell’estrema destra populista ha bisogno di un programma di classe e rivoluzionario all’altezza degli eventi ma anche di una corretta valutazione delle forze in campo. Non è mai stato utile esagerare le forze di un particolare nemico di classe, magari sperando di suscitare più clamore o indignazione, per poterlo meglio combattere. In altre parole, fare sensazionalismo non ci servirà.

Le Pen e Salvini

Cosa hanno in comune?

 

di Francesco Giliani

 

Una nuova accoppiata di politici s’aggira per l’Europa: Marine le Pen e Matteo Salvini. Entrambi di destra, la prima è la dirigente del Fronte nazionale (Fn) francese, primo partito alle Europee del 2014, demagoga reazionaria in servizio effettivo e permanente – dal sontuoso maniero familiare di St.-Cloud – contro gli immigrati, la religione musulmana, il “mondialismo” ed i burocrati amici dei banchieri al comando dell’Unione europea. Il secondo, Salvini, ha martellato con metodo su questi medesimi punti per risollevare la Lega Nord (Ln), due anni fa travolta dal crepuscolo bossiano.

Dopo l’attentato contro Charlie Hebdo a Parigi, la Le Pen afferma che l’occidente è in guerra – ma non si riferisce a Iraq, Siria, Afghanistan, ecc. – ed i governi sono troppo morbidi ed ha l’audacia politica di criticare da destra l’unione nazionale, invitando i francesi a liberarsi da ogni tabù progressista nel parlare di immigrazione; non paga, chiede un referendum per reintrodurre la pena di morte e poteri speciali per polizia ed esercito. Salvini gira sulle stesse note, aiutato specialmente da Borghezio, eurodeputato della Lega nonché amico dei neofascisti.

Fn e Lega non hanno formato un eurogruppo nel parlamento di Bruxelles a causa delle divisioni nazionali vive e deflagranti nella destra populista e nazionalista europea. Si tratta tuttavia di partiti politici che con furbizia si presentano come “movimenti”, in ascesa grazie ad un presunto ma inesistente orientamento “contro il sistema”. Questa crescita elettorale porta la Le Pen a porsi l’obiettivo di traghettare il Fn nei “salotti buoni” della borghesia francese e divenirne la nuova e più aggressiva voce politica, scalzando così i gollisti – ora organizzati nell’Unione per un movimento popolare (Ump) – che ricoprono tale ruolo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Salvini pone anch’egli obiettivi ambiziosi alla sua Lega Nord, cercando di farne il perno per la ricostruzione post-berlusconiana del centro-destra in Italia. Su quest’ultimo terreno, comunque, se la strada non è certo priva di cospicui ostacoli per il Fn, certamente appare ancor più chiusa per la Lega Nord.

 

Le “spine” di Salvini

 

Alcuni sondaggi ed i risultati delle regionali in Emilia-Romagna, dove la Lega ha doppiato Forza Italia ma perde 55mila voti sul 2010, potrebbero accreditare le pretese leghiste. Il problema davanti alla Ln, però, è la sua base territoriale ristretta al Nord del paese con esigue propaggini a Sud dell’Emilia-Romagna. Trattandosi di un dato cristallizzatosi in più di vent’anni di storia politica, non basta certo la volontà soggettiva di un dirigente per rimuoverlo. Il blocco formatosi in occasione delle Europee tra Borghezio ed una parte dell’estrema destra romana, anch’essa orfana di Berlusconi, non fornisce ovviamente la forza elettorale necessaria a superare il problema che si erge davanti alle ambizioni di Salvini. La precipitosa costituzione, a dicembre 2014, del comitato elettorale nazionale “Noi con Salvini” – all’inizio doveva chiamarsi “Lega dei popoli” – è dunque la proposta tattica per recuperare il ceto politico in rotta del centro-destra, sia Fi che Ncd, assieme magari ai suoi interessi materiali ed alle sue clientele portatrici di voti. Se questo tentativo è razionale, dal versante di Salvini, il Pd di Renzi continua a calamitare la politica borghese e l’afflusso verso l’ennesimo nuovo soggetto politico sembra poca cosa, soprattutto in termini di blocco sociale. Si tratta, sinora, di sparuti gruppi di consiglieri comunali o carrieristi di provincia caduti in disgrazia nel loro feudo e alla ricerca di un punto di riferimento visibile al quale aggrapparsi, come verificatosi a Salerno, Trapani, in Calabria, ecc. Un maggiore successo della linea “nazionale” avanzata da Salvini potrebbe peraltro agire come detonatore per l’esplosione di conflitti maggiori nel cuore della Lega Nord, soprattutto in Veneto. Lì, l’insofferenza per i “lombardi” alla guida del partito si alimenta anche della volontà di molti amministratori, guidati dal sindaco di Verona Tosi, di curare la propria rete di collegamento con la classe dominante senza alcun tipo di ingerenza esterna.

 

Il Fn alla corte della borghesia

 

Se il programma della Lega Nord e quello del Fn sono già quasi sovrapponibili (razzismo, protesta fiscale e protezionismo), la loro base d’appoggio non è confrontabile. Il Fn, malgrado resti debole in alcune grandi aree urbane, ha risultati elettorali a doppia cifra e organizzazione su tutto il territorio.

Lo sviluppo elettorale recente del Fn, per la prima volta oltre il 20 per cento, è una minaccia seria per i giovani ed i lavoratori; neanch’esso, però, è privo di debolezze. L’indagine su un ingente sistema di finanziamenti a beneficio del Fn da parte di banche statali russe, all’ombra di Putin, si sta allargando e riflette le resistenze interne alla classe dominante verso il Fn. Da sempre, infatti, è un partito che, con le sue provocazioni razziste, perbeniste ed anti-operaie, infiamma la società francese, in particolare la gioventù. Soltanto nel 2013, infatti, gli studenti medi sono stati protagonisti di un movimento di massa contro Fn e le espulsioni di due ragazzi senza documenti di soggiorno.

Oggi è in campo un tentativo cosciente da parte di Marine Le Pen per “sdoganare” definitivamente il Fn agli occhi della classe dominante. Allo scopo, la Le Pen rafforza la centralità elettorale del suo “Raggruppamento Blu Marine” e promuove alcuni transfughi della destra “rispettabile” come Philippot, vice del Fn al quale s’iscrisse soltanto nel 2010 ed ex studente dell’elitaria Scuola normale per l’amministrazione. Tutto ciò, come alcune finte aperture ai diritti delle donne – la Le Pen non attacca il diritto all’aborto ma vorrebbe che fosse finanziariamente a carico delle donne –, dovrebbe servire a far uscire il Fn dal ghetto identitario d’estrema destra e nostalgico. In questo restyling si colloca anche il conflitto latente tra Marine Le Pen ed il padre Jean-Marie, tirannico fondatore del Fn e più lento nel riposizionarsi tatticamente sullo scacchiere borghese.

Tuttavia, ciò che fa di questa ascesa qualcosa di più solido è la crisi del sistema politico borghese. A sinistra il partito socialista, al governo dal 2012, ha la direzione più destrorsa e filo-padronale degli ultimi decenni ed una popolarità in picchiata (12%). A destra, l’Ump è logorata da una guerra tra bande e le primarie hanno rimesso in sella, col 64%, un vecchio arnese come Sarkozy. A ciò si aggiunge la crisi del Fronte di sinistra (Fdg). Le formazioni principali del Fdg, il Pcf ed il Partito di sinistra di Mélenchon, sono state incapaci di proporre un’alternativa rivoluzionaria, come evidenziato anche dal loro recente accodarsi all’unità nazionale. Quest’ultimo fattore consente un’espansione tra i lavoratori della demagogia nazionalista e protezionista del Fn. Questa propaganda è ormai affiancata da un programma economico statalista – all’opposto del liberismo del Fn negli anni ’70 ed ’80 – e da maggiore cautela nell’attaccare gli scioperi. Durante lo sciopero a oltranza dei ferrovieri del giugno 2014, dirigenti nazionali del Fn hanno persino difeso gli scioperanti, in nome della protezione del servizio pubblico. Quando, però, gli scioperi spaventeranno nuovamente la borghesia, il Fn tirerà di nuovo fuori la sua anima filo-capitalista e denuncerà gli scioperanti e la Cgt senza pietà.

Finora nessun settore decisivo del capitalismo francese s’è messo nelle mani del Fn. Dopo aver spremuto il Partito socialista, i padroni della finanza e delle multinazionali proveranno ancora una volta i gollisti. Oltre ad una possibile resistenza del gollismo – tradizioni politiche con più di mezzo secolo di vita non muoiono così facilmente –, assistiamo anche all’orientamento dell’ala destra del Partito socialista a seguire le orme del Pd italiano come partito di riferimento della borghesia.

La lotta contro la crescita dell’estrema destra populista ha bisogno di un programma di classe e rivoluzionario all’altezza degli eventi ma anche di una corretta valutazione delle forze in campo. Non è mai stato utile esagerare le forze di un particolare nemico di classe, magari sperando di suscitare più clamore o indignazione, per poterlo meglio combattere. In altre parole, fare sensazionalismo non ci servirà.

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