Breadcrumbs

Negli ultimi mesi Matteo Renzi è passato da un successo all’altro. Alla vigilia di Natale ha fatto approvare i decreti attuativi del Jobs act senza cambiarne una sola virgola. L’11 gennaio alle primarie della Liguria è riuscito ad imporre la propria candidata e la propria linea di alleanza con il Nuovo centro destra, ammettendo sfacciatamente i brogli elettorali e mettendo in malo modo Cofferati alla porta.

Il 6 febbraio il gruppo in senato di Scelta civica si è sciolto, dopo che cinque senatori centristi hanno definitivamente voltato le spalle a Monti per entrare nel Pd, seguiti ben presto da due deputati e un vice-ministro.
Ma è con le elezioni per il Quirinale che Renzi ha registrato il suo trionfo personale, tirando fuori dal congelatore un vecchio arnese democristiano come Mattarella e imponendolo a tutto il parlamento. Il fatto che Alfano, da tempo in posizione completamente subalterna rispetto al premier, si sia piegato in maniera umiliante non ha di certo stupito nessuno. Clamorosa è stata invece la disfatta di Berlusconi, che forte del patto del Nazareno sperava di avere voce in capitolo sul Quirinale, ma è stato invece pugnalato alle spalle dal suo amico Renzi. La mossa di Mattarella non ha completamente spiazzato solo la destra, ma anche la sinistra Pd che aveva fatto appello a tutto il proprio coraggio per ventilare la possibilità di votare un candidato anti-Nazareno assieme a Sel e 5 Stelle. Si era persino fatto il nome di Prodi, il candidato al Quirinale più trombato della storia repubblicana, ma è bastato che Renzi tirasse fuori dal cilindro un nome inviso a Berlusconi per far rientrare nei ranghi non solo la minoranza Pd, ma pure Vendola.

Mai negli ultimi decenni un Presidente del consiglio italiano ha esercitato un’egemonia e un’indipendenza pari a quelle di cui gode oggi Renzi. Persino il Berlusconi degli anni vittoriosi, nonostante tutti i suoi soldi e le sue televisioni, doveva comunque tenere conto dei suoi alleati di governo, guardarsi dalle indagini della magistratura e affrontare l’ostilità di una parte di Confindustria. Oggi invece Renzi può contare sul sostegno entusiasta di tutto il padronato italiano, Marchionne in testa, ed è in grado di prendere le sue decisioni senza preoccuparsi né degli alleati né delle opposizioni. Del resto non è difficile dominare un parlamento in cui oltre 180 tra deputati e senatori hanno già cambiato casacca.

Ma davvero l’ascesa del renzismo è così inarrestabile come sembra sulla carta? Indubbiamente il premier si è dimostrato determinato, scaltro e spregiudicato, ma in realtà le sue vittorie sono dovute soprattutto alla debolezza dei suoi avversari. Forza Italia è dilaniata più che mai dagli scontri interni e Berlusconi si aggrappa disperatamente a Salvini per imbastire una politica di opposizione, ma così facendo potrebbe perdere per strada un bel pezzo dei suoi parlamentari e proprio su queste defezioni Renzi fa affidamento per approvare in tempi brevi la nuova legge elettorale che ha confezionato su misura per il Pd. In difficoltà è anche il Movimento 5 stelle, che nelle elezioni per il Quirinale di due anni fa aveva svolto un ruolo da protagonista suscitando un vasto appoggio popolare attorno alla candidatura di Rodotà, ma questa volta è rimasto completamente ai margini, esprimendo persino patetici apprezzamenti per la vittoria di Mattarella. Pure la Camusso e Landini, che avevano guidato l’opposizione a Renzi durante tutto l’autunno, sono oggi completamente paralizzati e non hanno idea di come proseguire la mobilitazione contro il governo.

Tuttavia il vuoto maggiore si registra ancora a sinistra. Sotto gli affondi di Renzi a più riprese si è parlato di una nuova aggregazione attorno a Cofferati, a Civati o a Landini, ma non è mai seguito nulla di concreto. Alla fine di gennaio Vendola ha svolto una kermesse dal nome improbabile di “Human factor” alla quale hanno presenziato Civati e Fassina, ma ancora non è stata la volta buona per tagliare il cordone ombelicale con il Partito democratico. Il voto della sinistra Pd e di Sel a favore di Mattarella ha dimostrato come queste forze preferiscano ancora agitare il fantasma del berlusconismo, piuttosto che scontrarsi seriamente con Renzi. Sarebbero questi i cuor di leone che si candidano un domani a combattere le politiche di austerità della Troika? Non dimentichiamo che pochi mesi fa Sel ha subito la scissione verso il Pd di un gruppo dei suoi parlamentari capitanati da Gennaro Migliore, che oramai è diventato più renziano della Boschi, distinguendosi per la sua partecipazione entusiasta alla Leopolda e per l’apertura all’alleanza con Alfano alle regionali campane.

Anche l’Altra Europa per Tsipras ha svolto la sua assemblea nazionale a Bologna a gennaio, ma sembra proprio che la vittoria di Syriza in Grecia non sia stata sufficiente a superare i vizi e le divisioni interne che hanno afflitto le precedenti aggregazioni di sinistra come la Federazione della sinistra e Rivoluzione civile. La verità è che nessuno di questi gruppi dirigenti, reduci da mille sconfitte, ha l’autorevolezza per guidare un processo di rigenerazione. Lo stesso Cofferati, che ha provato a contrapporsi a Renzi nelle primarie liguri, ha avuto la sua vera occasione oramai dodici anni fa, quando aveva portato in piazza milioni di persone a difesa dell’articolo 18 ed era il leader della sinistra Ds. A quel tempo, leader riconosciuto del movimento operaio, anziché lavorare alla costruzione di un partito di massa dei lavoratori, Cofferati preferì dedicarsi alla battaglia contro gli schiamazzi notturni in qualità di sindaco di Bologna. Quel treno è passato da così tanto tempo che oggi la sua rottura con il Pd non ha prodotto scosse nemmeno nella sinistra del partito.

D’altronde in pochi si aspettano elezioni prima del 2018, il che rallenta tutte le manovre di avvicinamento e lo stesso Landini è riluttante ad abbandonare prematuramente la relativa sicurezza della sua posizione sindacale per affrontare le incertezze di una sfida politica piena di incognite. Tutti lo invocano e lo strattonano, ma lui si nega e non è detto che a furia di rimandare, non scopra che il treno è passato anche per lui. Elettoralismo e codismo, del resto, sono fino ad oggi i marchi distintivi dei vari tentativi di fare una “Syriza in provetta”.
Se però solleviamo lo sguardo dalle miserie della sinistra nostrana, possiamo facilmente renderci conto che la nascita di una forza politica in grado di tutelare davvero gli interessi dei lavoratori non riguarda semplicemente questo o quel dirigente in cerca di collocazione, ma rappresenta l’esigenza concreta di milioni di persone che in questo momento sono senza futuro. Renzi può anche stravincere nelle stanze del potere, ma nel mondo reale le condizioni di vita continuano a peggiorare e si accumulano la rabbia e il rifiuto di questo sistema politico. Le mobilitazioni di questo autunno non sono state una parentesi oramai chiusa, ma solo un inizio. Una ripresa delle lotte sociali avrà inevitabilmente conseguenze anche sul piano politico, soprattutto sull’onda di grandi avvenimenti internazionali, come l’avanzata di Syriza e Podemos.

La costruzione di un partito dei lavoratori è una necessità, proprio la Spagna e la Grecia mostrano come anche i movimenti di massa più esplosivi, alla fine, cercano una propria espressione politica, o fra le forze già esistenti (Grecia), oppure creandola dal nulla, o quasi (Spagna).

Il compito che ci poniamo non è quindi improvvisare partiti di cartapesta, ma contribuire alla consapevolezza di questa necessità e organizzare chi, fin da oggi, comprende come il partito di classe e la prospettiva rivoluzionaria sono la questione centrale del movimento operaio oggi. Con la piena fiducia che quando questa necessità incrocerà una nuova ascesa delle lotte di massa, anche l’asso pigliatutto Renzi scoprirà che quando la classe si muove anche i prestigiatori rimangono appesi in aria.

Joomla SEF URLs by Artio