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Il 16 novembre 100mila persone sono scese in piazza a Napoli per richiedere la bonifica dei territori inquinati della cosiddetta “terra dei fuochi”, riportando alla ribalta nazionale la questione rifiuti campana. Al di là dell’attenzione mediatica scatenata dalle dichiarazioni del boss pentito Carmine Schiavone, sono decisamente molto più lontane nel tempo le vicende che hanno portato al massiccio e drammatico inquinamento ambientale che devasta il territorio.

L’entità del disastro

Con il termine “terra dei fuochi” si definisce una grande area tra le provincie di Napoli e Caserta che, oltre ad essere caratterizzata dalla presenza di discariche abusive e “ufficiali”, è da anni colpita dal fenomeno dei roghi illegali di rifiuti tossici, che con una pratica ormai consueta vengono appiccati durante la notte. Si tratta di ogni tipo di rifiuto tossico (dagli scarti di produzione delle concerie alle vernici, dai materiali plastici alle scorie radioattive) che arriva in Campania da ogni parte d’Italia e d’Europa grazie alle ditte di smaltimento che offrono “prezzi concorrenziali”.

Per dare un’idea del fenomeno basta dare un’occhiata a qualche dato: secondo un rapporto dei vigili del fuoco, nell’ultimo anno e mezzo sono stati ben 6.034 i roghi censiti, in pratica dieci al giorno. Altra inquietante fotografia ci arriva dall’Arpac per quanto riguarda i siti inquinati: ben 2.001 quelli già censiti fino al 2008 e le cose sono in notevole peggioramento. È di poche settimane fa l’annuncio da parte dell’Istituto superiore di sanità della presenza nel territorio di Giugliano, di 20 chilometri quadratidi territorio considerato “non bonificabile”. Altro aspetto che delimita drammaticamente questa zona è l’incremento delle patologie tumorali con i picchi più alti proprio negli otto comuni con il maggior numero di discariche. Secondo i dati dell’Iss in questi comuni “si osserva un eccesso di mortalità generale del 9 per cento per gli uomini e del 12 per cento per le donne” oltre ad un aumento vertiginoso delle malformazioni per i bambini.

È questa solo la punta più avvelenata di un iceberg che ha visto asservire la questione rifiuti al profitto. Dal momento della privatizzazione del servizio di nettezza urbana, all’inizio degli anni ’90, è iniziata la speculazione sulla pelle dei cittadini. Da allora non soltanto la camorra ha fatto proprio il motto “la monnezza è oro”, monopolizzando il settore e offrendo ai padroni un modo economico per smaltire i propri rifiuti, ma anche i presunti imprenditori buoni; basti pensare alle speculazioni dei grandi gruppi industriali di cui è ottimo esempio la vicenda dell’inceneritore di Acerra, costruito e gestito dal gruppo Fibe di Cesare Romiti, contro ogni regola e in spregio alla salute pubblica grazie alla complicità dello Stato.

Le mobilitazioni degli ultimi mesi

Contro lo scempio ambientale in questi anni ci sono stati molte mobilitazioni a partire da quella di Acerra, ma anche Chiaiano, Terzigno, ecc.; pur nella loro diversità queste lotte sono state sconfitte per due principali motivi: da una parte la risposta repressiva dello Stato che ha utilizzato tutto il suo apparato per imporre le proprie sconsiderate scelte (ad esempio la qualifica di sito di interesse nazionale da difendere con l’esercito, ora utilizzata in Val Susa, è stata sperimentata per la prima volta proprio ad Acerra), e dall’altro l’incapacità di queste mobilitazioni, nonostante alcuni apprezzabili tentativi, di porre su un piano più generale le proprie rivendicazioni.

Le mobilitazioni di questi mesi sono frutto della rabbia contro le istituzioni che continuano a proporre le stesse “soluzioni” con un piano regionale che prevede la costruzione di un nuovo inceneritore a Giugliano. Siamo di fronte ad un movimento con caratteristiche di massa, frutto di un salto di qualità nella percezione della gente che, pur se in maniera ancora embrionale, individua il problema nel sistema e si oppone allo status quo rivendicando il proprio diritto alla salute. Questo confuso sentimento di rabbia se da una parte allarga la partecipazione anche a settori che finora sono rimasti passivi, dall’altra è caratterizzato dalla sfiducia verso partiti e organizzazioni della sinistra (che hanno responsabilità di non poco conto rispetto alle vicende in atto), considerate parte del problema, atteggiamento strumentalmente alimentato anche dal ceto politico di movimento. Questo fa in modo che sia facile scadere nell’apoliticismo, con la richiesta di cortei senza bandiere e senza una vera piattaforma comune, il che ha reso possibile per esempio la presenza di forze reazionarie, come Casapound al corteo del 26 ottobre, o di stampo meridionalista come il movimento neoborbonico. In questi mesi si sono mobilitate migliaia di persone sotto le direzioni più diverse, spesso con un ruolo preponderante della Chiesa. Da settembre ad oggi abbiamo visto 10mila persone in piazza a Giugliano contro la costruzione dell’inceneritore, 30mila ad Orta di Atella alla “Marcia per la vita” convocata dalle parrocchie e molte altre iniziative locali. Pur nella loro eterogeneità queste mobilitazioni hanno in comune la diffidenza verso le strutture tradizionali, siano esse partiti o strutture di movimento, come dimostra la scarsa partecipazione nelle manifestazioni convocate da questi ultimi.

Il corteo di Napoli ha rappresentato un salto di qualità in termini numerici. Quello del 16 è stato un popolo che si è ripreso la parola, in piazza c’erano tutti: i tanti comitati contro la devastazione del territorio che sono nati in questi anni, associazioni e realtà di movimento, parrocchie, scuole, famiglie. Le parole d’ordine sono quelle della bonifica dei territori, della diversa e trasparente gestione del ciclo dei rifiuti, con una piattaforma che avanza proposte sulle questioni cruciali in campo.

Il rischio principale ovviamente è che dopo il corteo del 16 ci sia un settore che spinga per portare avanti la battaglia sul piano legalitario e istituzionale, ma il nodo centrale da sciogliere è la necessità di slegare il ciclo dei rifiuti dalla logica del profitto.

Per una lotta anticapitalista

Ricerca di profitto a tutti i costi mettendo a rischio la stessa sopravvivenza delle popolazioni: è questa la inconciliabile contraddizione in cui si esprime il capitalismo. La giusta rivendicazione della bonifica deve essere necessariamente accostata a quella della ripubblicizzazione dell’intero ciclo dei rifiuti sotto il controllo dei lavoratori e dei comitati di lotta; asservita alla logica del profitto, la bonifica rischia di diventare un affare cento volte superiore per camorristi e padroni.

Se è sacrosanto chiedere che i colpevoli del biocidio paghino, è fondamentale andare oltre e lottare contro il sistema che oggi permette e alimenta questo tipo di scempi. La promessa del ministro dell’ambiente Orlando di inviare l’esercito per presidiare il territorio contro i roghi non può essere visto come un passo in avanti, ma come la volontà di difendere l’attuale piano regionale.

Per poter vincere si deve condurre una battaglia senza ambiguità per l’unità delle lotte sul territorio nazionale, non solo sul terreno organizzativo ma anche su quello politico; urge la necessità di un programma che sia all’altezza della sfida. La lotta contro la cementificazione e l’abusivismo deve essere legata ad un nuovo piano edilizio pubblico che sottragga ai privati gli interessi sugli appalti pubblici, attualmente egemonia dei clan spesso usati per coprire lo smaltimento di rifiuti tossici. I fondi per la riconversione del territorio devono essere presi dall’esproprio senza indennizzo delle aziende che inquinano e dalla confisca dei beni per la pubblica utilità.

Tale programma deve vivere coinvolgendo la classe operaia e i giovani in questa lotta su una prospettiva che miri a trasformare un generico sentimento di rabbia in una consapevole idea di trasformazione sociale. Non può esistere lotta ambientale senza lottare contro il sistema capitalista! 

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