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Come rilanciare la lotta in difesa del diritto allo studio?

Il 20 Novembre si è tenuta a La Sapienza un’assemblea nazionale di studenti e ricercatori precari provenienti da diverse città italiane, convocata dall’Flc–Cgil e da Uniriot, a distanza di un anno dall’assemblea nazionale che si tenne, sempre a Roma, alla fine del movimento dell’Onda.

A un anno dall’Onda

L’assemblea dell’anno precedente fu uno degli appuntamenti nazionali più importanti, in cui si riversarono migliaia di studenti da tutta Italia per discutere delle forme organizzative e della piattaforma politica che avrebbe dovuto dare nuovo slancio al movimento studentesco. In quell’occasione, chi allora dirigeva il movimento diede prova delle propria inconsistenza politica e di mancanza di democrazia. La parola d’ordine che venne difesa fu quella dell’autoriforma. Nella piattaforma di un anno fa non c’era nessuna parola sull’unità col movimento dei lavoratori che sarebbe esploso di lì a poco, né una parola sui finanziamenti all’istruzione pubblica, la democrazia interna all’università, né tantomeno sulle forme organizzative e la strutturazione del movimento a livello locale e nazionale. La gestione antidemocratica dell’assemblea fece sì che delle tante voci critiche che si alzarono non ci fu menzione nei documenti finali, che erano stati scritti molto prima dell’incontro nazionale e che servirono alla burocrazia dei collettivi per rimettere il movimento nelle proprie mani, rifiutando la proposta del voto dei documenti finali e dell’elezione democratica di delegati, in difesa della cosiddetta autorappresentazione del movimento.  Di fatto quell’assemblea rappresentò il canto del cigno dell’Onda, che non avrebbe più visto una partecipazione di massa.

Oggi non c’è più il movimento di ieri. Crediamo che un’assemblea nazionale come quella del 20 avrebbe dovuto trarre un bilancio serio e onesto di quell’esperienza, individuarne i limiti, cercarne le cause e porsi l’obiettivo di superarli. Invece abbiamo assistito alla pura glorificazione di un movimento che attualmente raccoglie solo poche forze militanti negli atenei e di questo o quel dirigente di Uniriot che era scomparso dalla scena per qualche tempo e che aveva perso le redini di ciò che resta dell’anno scorso. I metodi antidemocratici dell’anno passato non sono cambiati, anzi, sono peggiorati: la piattaforma conclusiva, che avrebbe dovuto raccogliere le proposte di tutti gli interventi e avrebbe dovuto essere una sintesi costruttiva del dibattito, è stata presentata a metà dello svolgimento dell’assemblea. Dopo di che, come era prevedibile, il dibattito è continuato con la sala che si svuotava progressivamente, senza che vi fosse alcun interesse per gli interventi seguenti.


Ancora sull’autoriforma

Negli interventi che si sono succeduti si è tornati a parlare più volte di autoriforma. Già l’anno scorso denunciammo come l’autoriforma non era altro che una legittimazione del potere baronale e del sistema dei crediti. Di fatto i seminari e i corsi autogestiti non solo prevedono l’acquisizione dei crediti formativi, collaterali al sistema 3+2, ma in ultima analisi devono essere riconosciuti dal potere baronale per potere essere inseriti nei piani di studio. Lungi dal combattere e “scardinare dall’interno” l’odioso sistema dei crediti, che fa della conoscenza e del sapere puro oggetto di mercato in vendita, dequalificato e ridotto a puro pacchetto nozionistico, l’autoriforma si riduce di fatto a una legittimazione di questo sistema. Al massimo può essere un momento in cui nuovi poteri e nuovi baroni possono crearsi. La nostra battaglia deve andare in un altro senso: rifiutare l’Autonomia Universitaria e il sistema del 3+2, col suo corollario svilente dei crediti formativi. Se all’epoca del movimento di massa questa proposta poteva avere il rischio, poi verificatosi, di far rientrare gli studenti nei propri atenei in buon ordine con un nulla di fatto tra le mani, oggi la riproposizione di queste idee appare ancora più farsesca e drammatica. Di fronte a un movimento che non c’è, anziché pensare a come rilanciarlo si pensa a come accomodarsi meglio nelle facoltà.


Merito, reddito o diritto allo studio?

Un'altra questione messa all’ordine del giorno nel dibattito è stata la questione del reddito legato al concetto di meritocrazia. Infatti, come prevede il nuovo ddl sull’Università, la Gelmini propone un sistema di prestiti d’onore per accedere ai finanziamenti messi a disposizione in quella che si sta profilando sempre più come una corsa a ostacoli, piuttosto che un’università. Si propone cioè che lo studente possa accedere alle briciole che concederà lo stato o il privato di turno del consiglio di amministrazione di questa o quella università, a patto che restituisca i soldi a cui ha avuto accesso in base al profitto perseguito. Considerando che  molti studenti sono anche lavoratori e che gli sbarramenti sono infiniti, è molto difficile mantenere un profitto alto. Dunque è chiaro che la maggioranza degli studenti che avrà accesso a questi finanziamenti si indebiterà, considerando anche il costo della vita, degli alloggi, dei trasporti, delle tasse e dei testi universitari.

La proposta discussa nell’assemblea è la seguente: se vogliamo parlare di meritocrazia allora non possiamo non parlare di reddito. “Non c’è meritocrazia senza reddito!”, è stato detto più volte. Ma questo altro non significa che esigere che lo stato elargisca soldi pubblici agli studenti che poi dovranno restituirli allo stato o al privato di turno sotto forma di tasse, trasporti, affitti e libri. Quello di cui abbiamo bisogno non è di reddito, ma di un’università pubblica e gratuita. Dobbiamo rivendicare anzitutto l’aumento immediato e consistente dei finanziamenti pubblici all’università e il ritiro conseguente dei tagli, l’abbattimento delle tasse, libri in comodato d’uso, alloggi e trasporti gratuiti. Se vogliamo batterci per un reale diritto allo studio, dobbiamo batterci per un’università pubblica, gratuita, di massa e di qualità!


Un’ altra occasione persa per i Giovani Comunisti

A quest’assemblea era presente anche il nostro Partito. Un’assemblea di questo tipo, certo meno rappresentativa di quella dell’anno precedente, sarebbe stata comunque un’arena importante per misurare le proposte in campo, a patto che ve ne fossero. Infatti, anche stavolta il nostro partito, per non parlare dei dirigenti dell’organizzazione giovanile di Roma, ha scelto di tacere e accodarsi alle idee di Uniriot. Dietro la scusa della salvaguardia dell’unità del movimento si è scelto ancora una volta di essere uniti a chi quel movimento lo ha distrutto e oggi tenta di rimetterci le mani sopra, con i metodi che abbiamo descritto. Ancora una volta abbiamo mancato l’occasione di presentarci per quello che dovremmo essere, e cioè militanti comunisti organizzati nel movimento, con un nostro profilo politico indipendente e nostre parole d’ordine da difendere e da mettere a disposizione degli attivisti studenteschi. Potevamo disporre non solo di interventi dal microfono, ma anche di materiale scritto, volantini e documenti da far girare in assemblea, come pure i nostri compagni a Roma avevano proposto.

E invece, ancora una volta si è scelto di nascondersi e accodarsi a chi oggi ha in mano le redini del movimento, senza provare a introdurre elementi di contraddizione e provare a scardinare l’egemonia di disobbedienti e Sinistra critica negli atenei. Avremmo dovuto porci visibilmente come avanguardia in quell’assemblea rilanciando sull’unità col movimento operaio, questione che oggi si pone su un terreno obiettivamente più avanzato, vista la partecipazione di ampi settori del movimento studentesco ai cortei dei precari della scuola, al corteo della Fiom del 9 Ottobre, allo sciopero generale indetto dai sindacati di base e al corteo dei lavoratori immigrati del 17 Ottobre. E invece abbiamo lasciato che Uniriot e Sinistra Critica cavalcassero strumentalmente questa parola d’ordine e poi la lasciassero cadere nel vuoto. Si parla tanto di una vantata autonomia dal Pd, e non riusciamo neanche a essere autonomi dal Raparelli di turno! Come si pensa di costruire un proprio intervento, avere un’autorità, strappare l’egemonia, se non si è neanche capaci di far proposte indipendenti e di presentarsi a viso aperto nelle assemblee e nel movimento?


Per un nuovo movimento studentesco!

La piattaforma uscita dall’Assemblea del 20 non va oltre la denuncia, pur sacrosanta, dello scandalo che stanno preparando Gelmini e Tremonti. Nessuna parola su quale università vogliamo, né un bilancio del fallimento dell’anno scorso, né una parola di attenzione a quanto sta accadendo ora nelle aziende e nelle fabbriche in lotta dove i casi di occupazione e presidi permanenti si stanno moltiplicando. Le uniche proposte concrete e che accogliamo favorevolmente sono legate alle prossime date di mobilitazione. Il 2 dicembre ci sarà una mobilitazione nazionale che si articolerà nei diversi atenei in preparazione dello sciopero della scuola e dell’università proclamato per l’11 dicembre. Crediamo sia giunta l’ora che l’11 dicembre venga costruito dal basso in ogni scuola, facoltà e ateneo, col coinvolgimento di studenti, ricercatoti, insegnanti e personale Ata.

Ogni assemblea dovrà discutere democraticamente delle parole d’ordine da difendere, di una piattaforma in difesa dell’istruzione pubblica e su come costruire ed estendere la mobilitazione. Solo un’alta partecipazione di studenti e lavoratori, con un programma democraticamente discusso e che avanzi le parole d’ordine di un’istruzione pubblica, di massa, gratuita, laica e democratica e solo se sapremo collegarci ai settori più attivi della classe lavoratrice che oggi è protagonista di lotte vittoriose, come alla Innse di Milano, o battaglie decisive, come quella dei lavoratori di Eutelia, potremo sconfiggere la Gelmini!

Il movimento dell’Onda dell’anno scorso è stato anzitutto il risveglio di una generazione studentesca stanca delle proprie condizioni di studio e che ha tentato di mettere in discussione questo sistema e che ha tentato di guardare anche al movimento dei lavoratori in lotta. Oggi fasce di attivisti nelle scuole e nelle università cercano di resistere e stanno già mettendo in discussione metodi e parole d’ordine degli anni passati. Sta a noi intercettare questi militanti e attivisti, a noi sta tentare di fornire strumenti e metodi che possano permetterci di conquistare un reale diritto allo studio e una scuola pubblica degna di questo nome!


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