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A pochi giorni dalla presentazione del Decreto di legge (Ddl) Moratti alla Camera, la maggior parte delle università italiane ribadisce il suo No a questo progetto che getterebbe la didattica e la ricerca italiana in condizioni ancora peggiori di quelle attuali. Già la scorsa primavera si sono levate voci di protesta al progetto dalla totalità delle università italiane con la nascita di comitati locali anche molto combattivi.

La lotta di studenti e ricercatori ha però dato pochi frutti in quanto non ha potuto estendere la vertenza sul piano nazionale né si è dotata di un coordinamento che avrebbe potuto stendere una piattaforma nazionale o organizzare uno sciopero nazionale. Solo adesso, cioè sei-sette mesi dopo, i vertici sindacali si sono mossi minacciando l’astensione dal lavoro di tutte le categorie di lavoratori dell’università.

Lo scopo di questo Ddl è semplice: eliminare la figura giuridica del ricercatore universitario legando la sua professione a contratti co.co.co. Splendido! Già i ricercatori sopportano il 45% del carico della docenza con uno stipendio di gran lunga inferiore a quello di un docente di prima fascia, inoltre sono assunti con contratti a tempo determinato che sono rinnovati in base ad una valutazione che contiene criteri del tutto arbitrari: presenza o assenza di soldi, acquiescenza verso i finanziatori privati dell’Università o libertà di ricerca e di pensiero ecc…

Dopo l’entrata in vigore della riforma Zecchino, la privatizzazione delle Università è diventata ormai una realtà e i finanziatori privati (che saldano i conti universitari in vece dello Stato) non hanno certo interesse a finanziare ricerche non subordinate alle loro stesse attività. Che interessi può avere un’industria petrolifera a sviluppare il motore a idrogeno? Finché ci sarà petrolio sotto il suolo terrestre questi signori non indirizzeranno la ricerca in questa direzione subordinando quindi la tutela dell’uomo e dell’ambiente a puri interessi di portafoglio.

Un altro aspetto grottesco del Ddl è la “riforma del tempo pieno VS tempo definito”. In breve, con questa legge si eliminano le regolamentazioni che limitavano le prestazioni o attività extra-universitarie dei docenti. Ora un professore potrà figurare come docente eppure continuare a tenere il suo studio privato incamerando due stipendi con un solo lavoro. Naturalmente questa opzione sarà possibile ai soliti “baroni” per i quali la docenza è una scocciatura e che entrano nel mondo accademico per soldi, fama e prestigio. Ancora più gravoso sarà il carico che un ricercatore dovrà accollarsi dato che farà lui il lavoro che il barone latitante firmerà; magari in cambio di una “buona parola” in Consiglio di Amministrazione quando dovranno essere valutati i rinnovi di contratto…

Come studenti è chiaro che dobbiamo mobilitarci in prima persona per fermare questo Ddl che non solo abbassa la qualità della didattica ma che asservisce ancora di più l’Università alle imprese. La classe padronale non ha scrupoli nel diffondere le idee più oscurantiste pur di mantenere i suoi privilegi sociali: finanziando con milioni di dollari ricerche volte, per esempio, a dimostrare collegamenti tra “razza” e comportamenti antisociali e criminali, come accade in molte università americane, simbolo della subordinazione ai privati.

L’esempio di Parma

A Parma durante la scorsa primavera la mobilitazione contro il Ddl Moratti ha riscosso un discreto successo e ha raccolto l’impegno, oltre che dei ricercatori dell’ateneo, anche di molti studenti. Le mobilitazioni della scorsa primavera hanno però denotato anche alcuni limiti che è necessario superare se non vogliamo che questa nuova ondata di lotta non si disperda senza risultati tangibili.

Nella scorsa primavera c’è stata eccessiva fiducia nella possibilità che la lotta potesse essere vinta senza che fosse estesa a tutte le categorie dell’istruzione e soprattutto senza che trovasse una vera e propria unità a livello nazionale. In pratica invece di cercare l’unità nei metodi, nelle rivendicazioni e nelle strutture organizzative a livello nazionale e l’unità con i lavoratori ci si è mossi organizzandosi in forme locali e in modo separato rispetto ai lavoratori. Nella realtà parmigiana questi limiti sono emersi nelle assemblee e riunioni finché la stanchezza, la delusione e la percezione di perdere tempo non hanno smobilitato quasi completamente il comitato. Come militanti del Csu abbiamo sempre difeso la necessità di unificare il più possibile le lotte in una piattaforma ed in una struttura nazionale, democraticamente elette. Una piattaforma unitaria dovrebbe contenere rivendicazioni contro il precariato e in difesa del diritto allo studio e dell’università pubblica, accogliendo così in modo unitario le esigenze di tutte le componenti in lotta: ricercatori, studenti, personale tecnico-amministrativo. Siamo certi che gli studenti che hanno partecipato con entusiasmo a questa prima battaglia torneranno a lottare e saranno sicuramente sensibili alle nostre proposte; forti anche dell’esperienza passata.

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