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Un nuovo Bolívar per l’anno Duemila?

Sette mesi fa saliva alla presidenza del Venezuela Hugo Chávez Frías. Sulla base di un appoggio di massa della popolazione, l’ex colonnello sta portando avanti un programma nazional-populista e contro la corruzione che ha attirato l’attenzione, pienamente giustificata, dei mass-media internazionali.

Il Venezuela, terzo produttore mondiale di petrolio, potrebbe essere una delle nazioni più ricche del pianeta. Fra il 1976 e il ‘95 la vendita di idrocarburi garantiva allo stato 270 miliardi di dollari. Eppure quasi l’80% dei venezuelani vive sotto il livello di povertà, 200.000 bambini campano di elemosina per le strade e il 21% della popolazione è disoccupata. Il debito estero equivale attualmente al 60% del prodotto interno lordo, ponendo il paese sotto il controllo del Fondo Monetario Internazionale. Dove sono andati a finire i soldi del petrolio? La risposta è semplice: 100 miliardi di dollari è la cifra che i capitalisti hanno esportato illegalmente dal Venezuela.

La devastazione economica, le controriforme, la corruzione dilagante del vecchio sistema di potere dei due partiti tradizionali, Copei (d’ispirazione democristiana) e Ad (socialdemocratica), con differenze ideologiche minime fra di loro, hanno sospinto al potere Chávez. La sua vittoria affonda le sue radici nelle insurrezioni popolari del 1989 e soprattutto del 1992 ("caracazo") contro la crisi economica. In quest’ultima occasione tentò insieme con altri ufficiali del "Movimento Bolivariano Rivoluzionario" due colpi di Stato, sconfitti, a sostegno delle manifestazioni di massa.

Alla testa del suo "Movimento V Republica", "el gato" Chávez si è messo subito al lavoro per cambiare le strutture politiche e giudiziarie del paese. Ha ottenuto un referendum, che ha vinto, per convocare un’Assemblea Costi-tuente, nelle cui elezioni il 25 luglio scorso ha conseguito una maggioranza schiacciante, con il 78% dei voti e 118 dei 128 seggi in palio. Anche se l’astensionismo ha riguardato più della metà dei votanti, Copei e Ad, che hanno partecipato alla consultazioni, sono stati sconfitti sonoramente, e appaiono sempre più isolati sulla scena politica. La loro difesa del Parlamento appare come l’ultimo lamento, profondamente ipocrita, di vecchi rottami che stanno per uscire dalla scena della storia e rappresenta la crisi totale della democrazia parlamentare borghese.

Un programma confuso

Noi marxisti vogliamo analizzare gli avvenimenti venezuelani da un punto di vista di classe e non secondo i dettami di un’astratta "democrazia" dei padroni che ha dilapidato le risorse di un’intera nazione.

Chávez con il suo programma populista ed a parole antimperialista esprime, seppure in modo distorto e parziale, l’insoddisfazione e la voglia di svolta radicale delle masse venezuelane. Propone una rivoluzione bolivariana (da Simon Bolívar, eroe dell’indipendenza del Sudamerica) e pacifica, con "l’abbandono di programmi economici di taglio neoliberista". Parla di moratoria sul debito estero e di difendere la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e di utilizzare i relativi introiti per finanziare i servizi sociali, ma allo stesso tempo di essere "un fautore dell’apertura del settore privato ad imprese private nazionali e straniere" e di volere "aprire la produzione e la distribuzione di energia al capitale privato" (Financial Times, 3/8/99) (di recente il governo ha annunciato anche la privatizzazione delle industrie dell’alluminio).

Gode dell’appoggio di tutte le forze della sinistra venezuelana, però ha confermato come ministro delle finanze Maritza Izaguirre, una convinta neoliberista, già nel precedente governo Caldera. Cita Marx e Gesù Cristo, riallaccia i rapporti con Cuba e con la guerriglia colombiana delle Farc e dell’Eln per "la ricerca della pace in Colombia".

La proposta di nuova Costituzione concede poteri straordinari al Presidente, elevando il mandato presidenziale a sei anni con possibilità di rielezione, e la costituzione di un Consiglio di stato nominato dal presidente che avrebbe la facoltà di promulgare leggi, togliendo così delle funzioni al parlamento.

Allo stesso tempo "El Gato" assicura che "si prospetta una democrazia diretta", "con nuove istanze democratiche dal basso" (Clarín, 6/8/99). Una democrazia diretta da parte delle masse dovrebbe disporre della capacità di controllare l’apparato dello Stato e le leve dell’economia, il che condurrebbe rapidamente a uno scontro con la borghesia. In realtà Chávez ha come obiettivo un regime dove il vertice può essere arbitro dei conflitti con plebisciti e decreti, che non renda conto delle sue azioni alle assemblee parlamentari.

I padroni perplessi

Ciononostante, gli industriali venezuelani sono preoccupati riguardo ad alcune parti della nuova Costituzione. "Conceco-mercio, un’altra organizzazione imprenditoriale, ha affermato che "gli imprenditori non investiranno fino a che non si cambierà la nuova Costituzione. Non ci sono sicurezze giuridiche." In effetti, il modello di costituzione che propone Chávez assicura in uno dei suoi paragrafi che si rispetterà la proprietà privata, ma suggerisce allo stesso tempo che determinate proprietà di "interesse sociale" potranno essere utilizzate dallo Stato". (Clarín, 01/09/99). E ancora, Vicente Brito, presidente dell’Associa-zione industriali venezuelana, spiega come "l’impressione che abbiamo sulle proposte economiche del governo, sulla discussione delle leggi, è che contengano una certa tendenza statalista" (Pagina 12, 03/09/99).

Un programma confuso come quello del governo di Caracas non può certo soddisfare il padronato, tanto più in un momento in cui la recessione economica in atto in Sud America ha colpito duramente il Venezuela, salvato solo parzialmente dall’aumento del prezzo del petrolio. Nel primo semestre di quest’anno la contrazione economica è stata del 9,8%, il peggior risultato del secolo, la disoccupazione è aumentata del 20% e il consumo di generi alimentari è diminuito del 12%.

La borghesia è sicuramente impaurita delle conseguenze sociali di una tale situazione economica. Un’ondata di lotte sta scuotendo tutto il continente, dall’Ecuador al Brasile, allo sciopero generale che ha paralizzato in questi giorni la Colombia. Ma, a differenza del 1992, il ruolo di Chávez al potere non sarà quello di spalleggiare le lotte sociali, bensì quello di prevenirle: questa è l’essenza del suo bonapartismo, della sua tendenza a porsi come arbitro sopra le varie classi.

L’attacco alla Centrale sindacale venezuelana (Ctv) e il suo tentativo di sostituirla con un nuovo sindacato, nello stile di altri caudillos latinoamericani, è un’ulteriore conferma di ciò. La burocrazia della Ctv è corrotta a livelli inimmaginabili, ma il compito di scalzarla e di sostituirla con una direzione combattiva è compito dei lavoratori e non dello Stato borghese.

Sempre più è evidente che il tentativo dell’ex Colonnello di ripetere le gesta di Perón negli anni del boom del dopoguerra si avvia al fallimento. Non si può restare a metà strada, non esiste una terza via tra capitalismo e socialismo. In un contesto di crisi dell’economia mondiale, chi non vuole farla finita con la logica del mercato e del profitto porterà avanti, volente o nolente una politica di controriforme. La tragedia del Venezuela è che tutte le formazioni della sinistra, inclusi svariati gruppetti settari, appoggiano in maniera acritica il movimento di Chávez. Toccherà alla classe operaia saper trovare attraverso la propria esperienza, ma anche grazie all’aiuto che il proletariato di altri paesi le potrà fornire, la strada verso un programma rivoluzionario e sinceramente antimperialista.

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