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L’arretramento politico e ideologico prodottosi in questi anni nei gruppi dirigenti della sinistra ha determinato una diffusa incapacità ad interpretare i fenomeni politici che si sono prodotti dopo il fatidico ‘89.

 

Se le responsabilità sono da attribuirsi in primo luogo ai riformisti e agli ex-stalinisti è però evidente che la confusione si è fatta strada anche nelle file dell’estrema sinistra.

Abbiamo più volte criticato dalle pagine di questo giornale le vergognose posizioni dell’inviata di Liberazione, Angela Nocioni, che dal suo lussuoso appartamento di Rio de Janeiro invia articoli traboccanti di odio e disprezzo nei confronti di Chavez e del processo rivoluzionario in America Latina.

È noto che la Nocioni non ha alcuna formazione marxista, né capacità di discernimento e per altro la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. Ma quando sono dei sedicenti marxisti-rivoluzionari e per giunta latinoamericani come Altamira, Zè Maria, Coggiola che usano termini come “caudillo” per apostrofare Chavez e che finiscono con lo schierarsi a difesa dei diritti dell’emittente golpista Rctv e dalla parte dell’opposizione e dell’imperialismo nel referendum del 2 dicembre scorso, allora le cose cambiano.

Per giustificarsi agli occhi di chi vede con perplessità queste prese di posizione, i compagni si appellano a Marx, a Lenin, all’indipendenza del proletariato e regolarmente i loro articoli finiscono per insultare la nostra tendenza internazionale che a loro dire sarebbe opportunista e intrisa di chavismo fino al midollo.

Si tratta di un’accusa che ci proviene dalle due estreme e che unisce i “sinistri che più sinistri non si può” ai peggiori riformisti di destra che affollano la redazione di Liberazione e che non poco sdegno hanno generato in questi anni nelle file del Prc.


Bonapartismo, ieri e oggi


Non che noi si abbia molti problemi ad essere identificati con il leader del movimento bolivariano. Non siamo ossessionati dalla sindrome del “bonapartismo sui generis”, un fenomeno che ha condizionato a non finire i gruppi settari dell’America Latina e che spesso li ha spinti a fare errori molto stupidi alternando il più feroce settarismo al più bieco degli opportunismi.

Di che sindrome si tratta? Dovremo scomodare Marx e Trotskij perché i lettori possano comprendere.

Analizzando il fenomeno di Luigi Bonaparte (Napoleone III) si possono trovare queste affermazioni di Marx: “Bonaparte, come forza del potere esecutivo resosi indipendente, sente che la sua missione consiste nell’assicurare “l’ordine borghese”. Ma la forza di quest’ordine borghese è la classe media. Egli si considera perciò rappresentante della classe media e in questo senso emana decreti (…) In pari tempo Bonaparte si considera rappresentante dei contadini e del popolo in generale contro la borghesia e vuole, entro la società borghese, rendere felici le classi popolari inferiori (…) Scioglimento delle vere associazioni operaie, ma celebrazione delle meraviglie future dell’associazione (…) Bonaparte vorrebbe apparire come il patriarcale benefattore di tutte le classi. Ma non può dar nulla all’una di esse senza prenderlo all’altra.” (Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte).

Ed è così che il termine bonapartismo ha assunto storicamente il significato di un regime dove, per sommi capi, l’esecutivo tende a rendersi indipendente dalla classe dominante, che ha nei ceti medi e nel sottoproletariato la propria base di appoggio fondamentale e che pur sviluppando non di rado una demagogia sociale ha tra i suoi principali obiettivi quello di soffocare ogni movimento indipendente della classe operaia e delle sue organizzazioni. Il tutto mantenendosi nei confini della società capitalistica ed essendone in un certo senso il principale garante.

Nel 1938 Trotskij che viveva in esilio in Messico si imbattè in Cardenas e in quelle forme particolari di bonapartismo, tipiche dei paesi dipendenti, che definì per l’appunto di bonapartismo “sui generis”.

Scriveva il rivoluzionario russo: “Nei paesi industrialmente arretrati il capitale straniero ha una funzione decisiva. Di qui la relativa debolezza della borghesia nazionale rispetto al proletariato nazionale. Ciò determina un potere statale di tipo particolare. Il governo si barcamena tra il capitale straniero e il capitale indigeno, tra la debole borghesia nazionale e il proletariato relativamente forte. Ciò conferisce al governo un carattere bonapartista sui generis, di tipo particolare. Si colloca, per così dire, al di sopra delle classi. In realtà, può governare o divenendo strumento del capitale straniero e tenendo incatenato il proletariato con una dittatura poliziesca o manovrando con il proletariato e giungendo persino a fargli delle concessioni, assicurandosi in tal modo la possibilità di una certa libertà nei confronti dei capitalisti stranieri. La politica attuale (di Càrdenas) rientra nella seconda categoria: le sue maggiori conquiste sono l’espropriazione delle ferrovie e delle industrie petrolifere. Queste misure si pongono direttamente sul piano del capitalismo di Stato. Tuttavia, in un paese semicoloniale, il capitalismo di Stato si trova sotto la pesante pressione del capitale privato straniero e dei suoi governi, e non può reggere senza l’appoggio attivo dei lavoratori. Per questo, senza lasciarsi sfuggire di mano il potere reale, tenta di far ricadere sulle organizzazioni operaie una parte considerevole della responsabilità per l’andamento della produzione nei settori nazionalizzati dell’industria”. (Lev Trotskij, Industria nazionalizzata e gestione operaia).


La natura del movimento bolivariano


Se volessimo vedere degli elementi di bonapartismo nella politica di Chavez dovremmo comunque riconoscere per onestà del vero che siamo di fronte alla seconda categoria di bonapartismo a cui si riferiva Trotskij.

Subito dopo dovremmo prendere però le debite distanze anche da Cardenas, che agiva in un contesto economico, politico e sociale completamente diverso da quello attuale.

Infatti rispetto agli anni ’30, per non parlare di periodi successivi che hanno visto prosperare il peronismo argentino, il getulismo brasiliano e altre forme di populismo, la penetrazione del capitale straniero nei paesi dipendenti e l’invadenza dell’imperialismo hanno raggiunto livelli enormemente superiori.

Si è così drasticamente ridotto ogni margine di “sovranità nazionale” potesse esistere in un’epoca nella quale, giova ricordarlo, la linea generale del capitalismo (in seguito alla grande depressione del ’29) non era quella liberista ma piuttosto il keynesismo, il capitalismo di Stato e le nazionalizzazioni di tipo borghese che andavano diffondendosi anche nei paesi capitalisti avanzati.

Le politiche di Cardenas e di Peron andavano più nella direzione generale del capitalismo dell’epoca rispetto a quelle di Chavez che si è messo su una strada di rottura con l’imperialismo in piena epoca neoliberista quando la dipendenza economica dell’America Latina aveva raggiunto il suo punto più alto.

In un contesto, oltrettutto, in cui era scomparso il blocco sovietico che rappresentava uno sbocco e un polo di attrazione naturale per quei paesi che cercavano una via di uscita alla crisi acuta delle loro economie e dalla pressione del capitale finanziario internazionale.

Non si possono negare gli elementi di bonapartismo in Chavez che però a nostro giudizio non sono il carattere prevalente della sua politica e della sua natura. Almeno fino ad ora.

La definizione più appropriata è quella di un rivoluzionario democratico (se si vuole, di provenienza piccolo-borghese).

Per definizione si tratta dunque di un rivoluzionario non conseguente che non solo non comprende il ruolo chiave della classe operaia, ma neanche quella che è l’essenza del socialismo che pure verbalmente professa.

Non facciamo alcuna apologia del chavismo dicendo queste cose, soprattutto se si considera che in passato figure di questo tipo, anche quando agivano in totale onestà, per la loro confusione e le loro vacillazioni hanno determinato le disfatte più devastanti per il movimento operaio.

Il completamento della rivoluzione venezuelana non può essere l’opera di un solo uomo, né può essere il frutto di un’azione condotta dall’alto o per via parlamentare. Il socialismo può essere raggiunto solo con un movimento cosciente della classe lavoratrice.

Da questo punto di vista il ruolo del partito indipendente del proletariato è decisivo ed è un compito niente affatto risolto.

Oggi gli sfruttati del Venezuela si riconoscono quasi interamente nel movimento bolivariano ed è lì che i marxisti devono intervenire con un lavoro di frazione nel neonato Partito socialista unitario del Venezuela (Psuv), se non vogliono separarsi dal movimento di massa.

Discussione con tono amichevole ma fermo sulle nostre differenze con Chavez, assieme a una polemica aperta e dura con quei consiglieri dell’ala riformista, come Dietrich, che oggi spingono il presidente venezuelano a cercare un accordo con l’opposizione che sarebbe fatale.

Il nostro atteggiamento tattico e politico è ben rappresentato nell’ultimo scritto di Alan Woods, La rivoluzione venezuelana al bivio, dello scorso 13 gennaio, che potete consultare sul nostro sito.

Questo metodo ci ha permesso di radicare le nostre idee e guadagnare una importante influenza in Venezuela, ma ciò che più conta ci ha consentito di fare importanti passi in avanti nella costruzione di una forza rivoluzionaria e indipendente del movimento operaio, la Corrente marxista rivoluzionaria (Cmr).

Una forza che non vogliamo esagerare ma che si è fatta promotrice di alcune tra le esperienze più avanzate di controllo operaio in fabbriche come Inveval, e che oggi è a capo del Freteco, il fronte che riunisce le fabbriche occupate e autogestite che producono sotto il controllo operaio in Venezuela.

Agli altri lasciamo pure l’isteria settaria che è stata capace di sostenere la giunta militare argentina nella guerra delle Falkland, ma che oggi non è disposta a sostenere Chavez, neanche in maniera critica, nella sua lotta contro l’imperialismo americano.

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