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Fosco Giannini, fra i principali esponenti dell’area politica del Prc L’Ernesto, su Liberazione del 30 agosto scorso, ci ha introdotto ai nuovi orizzonti della lotta contro l’imperialismo: “(…) E che il modo come la Russia ha saputo fronteggiare la crisi caucasica abbia rappresentato non un semplice episodio dello scontro tra potenze per i reciproci interessi espansionistici, ma una manifestazione di resistenza vittoriosa da parte di una grande potenza alle pretese egemoniche globali dell’imperialismo Usa, non è certamente sfuggito ai settori più consapevoli del fronte antimperialista mondiale (Cuba e Venezuela, in primo luogo). Francamente stupisce che tale consapevolezza ritardi tanto a farsi strada anche tra la sinistra alternativa del nostro paese.”

Esiste dunque nelle parole del compagno Giannini un fronte antimperialista con il quale dovremmo schierarci. Questo fronte non si caratterizza per le sue politiche verso il modo di produzione capitalista, ma per la sua contrapposizione all’egemonia Usa.

Secondo Giannini, la politica estera russa “in evidente rotta di collisione con gli indirizzi strategici di egemonia globale dell’imperialismo Usa” (…) “con altri protagonisti della scena mondiale, come la Cina, l’India e le potenze emergenti del Sud del mondo” ha come orizzonte “la realizzazione di un clima di ‘coesistenza pacifica’ che favorisca il ‘multipolarismo’, la non ingerenza negli affari interni di ogni paese, la negazione dell’esistenza di ‘stati canaglia’, la denuncia della politica del ‘doppio standard’”.

A stupire, a dire il vero, è il velleitarismo delle posizioni del compagno Fosco Giannini e della sua area politica.

Purtroppo nonostante i sogni del nostro, i comunisti e chi ambisce alla rottura del sistema capitalista non possono sentirsi più sicuri sotto l’ala russa e tantomeno di un supposto fronte antimperialista formato dalle da lui menzionate potenze.

Vale la pena di ricordare la completa unità di vedute fra Bush e Putin sulla guerra al terrorismo. Putin ha sostenuto l’intervento americano in Afghanistan, accettando pienamente la concezione “degli stati canaglia” e del mostro Bin Laden, per poter fare altrettanto in Cecenia e certamente per non più nobili motivi.

Gli accordi commerciali stipulati in Africa, in Cina, in Iran, in Europa, particolarmente con l’Italia e la Germania seguono una politica di affermazione della propria influenza anche sul piano militare. La stessa guerra cecena, oltre a ragioni di politica interna, è importante ricordarlo, partiva dall’esigenza del controllo di un territorio attraversato da oleodotti e gasdotti che altrimenti sarebbero finiti sotto il controllo occidentale: centomila morti e trecentomila profughi ceceni, dal 1999 ad oggi.

Come può una forza politica che si pone in termini rivoluzionari a difesa degli interessi della classe operaia e dei popoli oppressi esimersi dall’intervento negli affari interni di un paese, quando questi affari prevedono lo sfruttamento disumano della classe e l’annientamento etnico?

Dopo il crollo dell’Urss la presenza militare fuori dai confini russi si è fortemente ridotta. Per questa ragione Putin ha avviato un programma di riarmo senza precedenti.

Come ha sostenuto il primo ministro Medvedev, in una intervista pubblicata da Giulietto Chiesa su Il Manifesto il 2/10 scorso, “Il sistema unipolare è defunto, quello bipolare  non ha prospettive, perché il mondo è multipolare” (…) “Guai a chi distrugge il diritto internazionale, altrimenti non si sa su cosa si costruisce la nuova archittettura”.

Questo è effettivamente il punto. L’obiettivo delle potenze emergenti non è rompere l’ordine mondiale con il quale si perpetua lo sfruttamento capitalista, bensì garantirlo e conquistare lo spazio necessario a detrimento di altre potenze, in primo luogo quella americana.

Ma il movimento operaio non ha alcun vantaggio nel mondo multipolare e a schierarsi in questo scontro. È inevitabile che nella guerra per la spartizione del mondo si costituiscano fronti per contrastare altri fronti, ma non c’è un briciolo di contenuto progressista in una alleanza capitalista. Non esiste un punto di equilibrio e qundi di pace fra gli stati fintanto che esiste il sistema di produzione capitalista e gli stati borghesi che lo garantiscono.

Non vi è alcun dubbio che siamo entrati in una fase di forti squilbri economici, sociali, politici e anche militari.

La potenza Usa è in crisi economica e di egemonia politica e militare sul mondo, l’esercito americano impantanato in Iraq, costretto ad accettare il dialogo con il nemico giurato, il Mullah Omar, in Afghanistan (per interposta persona del fantoccio Karzai), umiliato in Georgia, per non parlare dei colpi di stato falliti in America Latina, il suo cortile di casa. Non esiste ancora una potenza economica capace di sostituire il vecchio gendarme Usa, ma questo non ha altro effetto che suscitare gli appetiti delle potenze economicamente emergenti, ma ancora deboli sullo scacchiere mondiale e scatenare guerre continue per la spartizione del mondo.

Tuttavia oggi abbiamo un altro tema: nel conflitto contro l’imperialismo americano ci sono paesi che danno, almeno in parte, anche un contenuto sociale a quella lotta, ovvero contestano il modo di produzione capitalista. Il socialismo del XXI secolo propugnato da Chavez che suscita tanta passione nel movimento operaio latinoamericano e mondiale è il punto più avanzato oggi nella lotta contro l’imperialismo. Quale deve essere la relazione fra questo antimperialismo e quello russo o cinese o iraniano?

Nel suo viaggio in America Latina il vicepremier russo Igor Sechin ha precisato le linee guida della nuova fase di cooperazione russo-venezuelana: nuovo ordine basato sul multilateralismo, la non ingerenza negli affari interni degli altri paesi e il rifiuto di ogni presenza egemonica globale. Prontamente due cacciabombardieri atterravano su suolo venezuelano e venivano confermate le esercitazioni navali congiunte con la flotta navale russa capitanata dall’incrociatore nucleare.

Fra i sostenitori di Chavez, c’è chi sventola realismo rivoluzionario ricordando che non si può fare la fine di Allende, quindi bene all’accordo con Putin. Non c’è alcun dubbio che il popolo vada addestrato e armato a difesa della propria rivoluzione, ma va armato soprattutto di politica: il popolo venezuelano per vincere ha il dovere di lanciare il messaggio alla classe operaia russa, iraniana, cinese perché si ribelli ai propri padroni. Non ci può essere nave russa che tappi la bocca alla rivoluzione, come molti vorrebbero.

Non possiamo farci promotori di un fronte antimperialista fra potenze come la Russia e la rivoluzione bolivariana, perché una politica internazionalista e rivoluzionaria non può accettare l’ordine e gli equilibri capitalistici, la non ingerenza negli affari interni di uno stato ma difende la lotta contro tutti gli stati borghesi.

La forza della rivoluzione bolivariana sta in quei settori chavisti e del movimento operaio che sostengono l’esproprio del capitale, la pianificazione democratica delle risorse economiche e la partecipazione operaia e popolare alla gestione delle risorse, la struttuazione di questa partecipazione in forme democratiche che sostituiscano definitivamente le forme statuali borghesi, quell’apparato burocratico con il quale si perpetuano le disuguaglianze e lo sfruttamento, fenomeni tuttora esistenti e dominanti in Venezuela.

Molto si è fatto in questa direzione: le nazionalizzazioni di importanti settori economici, il dibattito e l’esercizio in alcuni casi di controllo e gestione operaia delle realtà nazionalizzate, la determinazione del presidente Chavez a procedere in questa linea.

Sono questi i tratti dominanti di un processo rivoluzionario che ha suscitato le simpatie degli oppressi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Medioriente, che ha spinto sempre in prima linea le masse venezuelane a difesa delle loro conquiste, a partire dal 2002 quando sconfissero il golpe reazionario e filoamericano. Non furono i cacciabombardieri e le navi russe a riportare Chavez al potere, ma uomini e donne che non potevano tollerare di essere ricacciati nell’oscurità della miseria e dello sfruttamento.

La forza della rivoluzione sta nel suo messaggio internazionalista, nel messaggio che tutti i popoli devono ribellarsi ai propri oppressori, la classe operaia deve guardare negli occhi i propri simili, liberarsi dei veleni del razzismo, dell’ideologia borghese che ci vede schiavi ognuno dei propri padroni e sovvertire l’ordine mondiale oggi più in crisi che mai e che non potrà portare ad altro che nuove guerre e distruzioni. Socialismo o barbarie.

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