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Crisi economica e mobilitazioni sociali

La crisi economica mondiale sta colpendo duramente il Sudamerica. I governi del subcontinente erano stati in prima linea tra i fautori della "rivoluzione neoliberista", privatizzando in molti paesi la quasi totalità delle imprese pubbliche e aprendo i propri mercati ai capitali esteri. Così si sono trovati indifesi davanti alla crisi finanziaria nell'autunno scorso. Le borse di tutti i paesi sono crollate nel '98, il Prodotto interno lordo (Pil) del Sudamerica è cresciuto solo dell’1,1%, mentre nel 1997 la crescita era stata del 5,3%.

Nell'occhio del ciclone si trova il Brasile, il cui Pil da solo equivale al 45% di quello della regione.

Il presidente Cardoso era stato rieletto il 4 ottobre scorso con la promessa di mantenere stabile la quotazione del real, la divisa brasiliana. Tra il dicembre e il febbraio quest'ultimo è stato svalutato di circa il 50% nei confronti del dollaro. Il 1999 è iniziato con la lotta dei lavoratori della Ford di San Paolo, che aveva annunciato 2800 licenziamenti e due manifestazioni con decine di migliaia di lavoratori a loro sostegno. Cardoso è ai minimi storici di popolarità. La Cut (la centrale sindacale) e il Pt potrebbero farlo cadere facilmente, ma si oppongono a qualsiasi atto che potrebbe "intaccare la governabilità del Brasile".

Ma la moratoria del pagamento del debito proclamata da Itamar Franco, governatore del Minas Gerais, il terzo stato più popoloso del Brasile, non è altro che l'anticipazione di una politica che la borghesia a livello nazionale e del resto del continente potrebbe essere invogliata a seguire: il debito estero della regione ammonta a 640 miliardi di dollari (il 35% del Pil).

Venezuela

In questo quadro si inserisce l'elezione a presidente del Venezuela dell'ex colonnello dell'esercito Hugo Chavez.

Nel 1992 questi tentò insieme ad altri ufficiali del "Movimento Bolivariano Rivoluzionario" due colpi di stato, sconfitti, di cui il primo il 4 febbraio, chiaramente a sostegno delle manifestazioni di massa contro la crisi economica ("caracazo") represse dall'esercito.

L'appoggio popolare a queste azioni e ora espresso nelle recenti elezioni è indubbio. Si spiega con la devastazione economica, la corruzione e la decomposizione del sistema politico arrivati a livelli senza precedenti.

Il Venezuela, secondo produttore mondiale di petrolio, potrebbe essere una delle nazioni più ricche del pianeta. Ma mentre i capitalisti esportano illegalmente dal paese 100 miliardi di dollari l'anno, il 71% dei venezuelani vive sotto il livello di povertà, 200.000 bambini campano di elemosina per le strade e il 21% della popolazione è disoccupata.

Chavez con il suo programma populista ed antimperialista esprime, seppure in modo distorto e parziale, l'insoddisfazione e la voglia di svolta radicale delle masse venezuelane. Parla di difendere la nazionalizzazione dell'industria petrolifera e di utilizzare i relativi introiti per finanziare i servizi sociali, ma allo stesso tempo di essere "un fautore dell'apertura del settore pubblico ad imprese private nazionali e straniere". Cita Marx e Gesù Cristo, riallaccia i rapporti con Cuba e vuole riscrivere la Costituzione aumentando i poteri del Presidente (proprio in questi giorni è in atto uno scontro tra il Parlamento e Chavez con la minaccia di quest'ultimo di proclamare lo Stato d'Emergenza).

Quanto sarà disposto a spingersi in avanti con il suo programma? L'ex Colonnello non ha più i margini di manovra di Peron e Getulio Vargas in Brasile negli anni di boom capitalista del dopoguerra, la differente situazione economica mondiale lo pone subito di fronte a un bivio. Non avendo alcuna intenzione di rompere con il capitalismo, imboccherà, seppure in modo confuso e zigzagante ed usando una fraseologia iperpopulista, la strada delle controriforme. I dirigenti dei partiti della sinistra hanno quasi tutti stretto un'alleanza acritica con il movimento "V Republica" di Chavez; tocca alla classe lavoratrice venezuelana costruire un'alternativa rivoluzionaria all'impasse della società.

Movimenti di massa

Da almeno un anno e mezzo l'Ecuador è scosso da potenti mobilitazioni sociali, di cui la classe operaia è all'avanguardia. Prima ha costretto, all'inizio del '98, "el loco" (pazzo) Bucaram a dimettersi da presidente, poi ha risposto con uno sciopero generale di 48 ore alla provocazione dell'attuale presidente Mahuad di aumentare l'Iva del 50% e di introdurre leggi pesantemente antisindacali. Lo stato d'emergenza è stato proclamato in tutto il paese, il governo vuole stroncare il movimento, tuttavia lo scontro è ancora aperto.
L'estrema divisione all'interno delle élite dominanti la si nota anche in Paraguay. L'assassinio del vicepresidente Argana il 23 marzo, da parte di uomini del presidente Cubas, ha portato a scontri e a uno sciopero generale che ha paralizzato il paese. Tutti e due facevano parte dello stesso partito Colorado, da decenni al potere, ma Cubas è l'uomo del generale golpista Oviedo e voleva imprimere una svolta reazionaria al Paraguay. Tale tentativo è stato fermato solo grazie alla risposta decisa delle masse.

Ora Cubas si è dimesso e Oviedo è scappato in Argentina, il presidente del Senato (anch'egli "colorado") ha assunto la carica di presidente con la benedizione delle forze armate. L'equilibrio raggiunto è ad ogni modo del tutto instabile.

Prospettive del Mercosur

Pesanti incognite gravano sul Mercosur (accordo di libero commercio sullo stile del Nafta nordamericano) a cui anche il Paraguay si stava associando.

I due paesi guida del Mercosur, Argentina e Brasile, marciano in direzioni opposte dal punto di vista economico. Le esportazioni di Buenos Aires in Brasile (il 30% del totale) hanno subito una drastica diminuzione da quando il real è stato svalutato. La via d'uscita dalla crisi proposta dal presidente argentino Menem è quella di sostituire il dollaro al peso come moneta nazionale. È fuori discussione però che gli Stati Uniti accettino una seconda Portorico, dalle dimensioni dell'economia assai più grandi e per nulla affidabile. Comunque la proposta dimostra bene quanto sia disperata la situazione per quelle borghesie che hanno abracciato al 100% i dogmi del liberalismo. La logica economica è implaccabile, i vantaggi dell’apertura dei mercati e del libero spostamento dei capitali sono molto minori degli svantaggi quando la cogiuntura internazionale va verso la recessione. Giganti come il Brasile vengono sommersi dalle onde speculative. A questo punto - pensano i borghesi argentini - meglio abbandonare qualsiasi idea di sovranità e diventare una colonia Usa! Ma l’imperialismo del XX secolo è diverso da quello del XIX, quando il capitalismo nascente colonizzò il Mondo. Oggi la finanza internazionale rapina l’umanità attraverso il Fondo Monetario Internazionale, il debito estero e la speculazione.

Gli anni Ottanta sono stati definiti come "il decennio perduto" per l'America Latina, ma non è che il bilancio per gli anni Novanta sia molto meglio. La povertà e la disoccupazione sono aumentate, così come le differenze sociali. La tragedia è che tutte le direzioni dei partiti operai e di sinistra si sono spostate a destra, diventando difensori del libero mercato, seppure "dal volto umano". Anche i movimenti guerriglieri come le Farc in Colombia non offrono un'alternativa alla società capitalista. L'esercito colombiano si è ritirato dai territori controllati dalle Farc, che sono pari a un terzo del paese. In queste zone la guerriglia non ha rivoluzionato i rapporti sociali di produzioni né espropriato i latifondisti. Anzi, secondo Time (28-09-98), con l'arrivo della guerriglia a Cartagena del Chairà, una cittadina del sud della Colombia "è la prima volta che delle autorità assumono criteri capitalisti per costruire una migliore infrastruttura commerciale".

Alle soglie del terzo millennio, il compito dei lavoratori e dei giovani sudamericani è quello di superare questi limiti e costruire nuove direzioni rivoluzionarie del movimento operaio in tutto il continente.

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