Breadcrumbs


Il tentativo di colpo di Stato reazionario in Venezuela, capeggiato dal presidente di Confindustria Pedro Carmona, è stato sconfitto. Sabato 13 aprile un’insurrezione popolare appoggiata da settori delle Forze armate ha rovesciato i golpisti e riportato Hugo Chavez alla presidenza della Repubblica. Gli avvenimenti si sono susseguiti in maniera convulsa, e non escludiamo ulteriori, repentini colpi di scena, ma sicuramente gli avvenimenti di queste due giornate rappresentano un punto di svolta nel processo rivoluzionario in Venezuela.

Mai è successo che un colpo di Stato in America latina sia stato sconfitto. Non avvenne con Arbenz in Guatemala (1953), né con Peron in Argentina (1955), tantomeno con Allende nel 1973 in Cile o in Argentina nel 1976.


Queste giornate rappresentano il culmine di uno scontro tra il padronato venezuelano e l’ex-colonnello che è iniziato nel 1999, anno della sua elezione. Chavez era stato spinto alla vittoria nelle elezioni dalla rabbia e dal malcontento delle masse di un paese che benchè sia uno dei maggiori produttori di petrolio del pianeta, vede il 70% della popolazione sotto il livello di povertà.

Alla testa di un partito, il Movimento V Repubblica, cos-truito per l’occasione, aveva sbaragliato tutte le altre formazioni sulla base di un programma populista pieno di proclami antiliberisti (la "rivoluzione bolivariana"), una novità per il Suda-merica di quest’ultimo periodo. Aveva suscitato grandi speranze, in buona parte però andate deluse. In questi anni la disoccupazione è aumentata e mezzo milione di dipendenti pubblici è stato licenziato. Certo Chavez non è stato aiutato dalla borghesia nazionale e da quella nordamericana, che l’ha sempre visto come un pericolo, e che dal dicembre scorso ha cominciato ad alzare il tiro. Lo scontro era su alcune misure promulgate dallo stesso Chavez, riguardanti il settore del petrolio e quello della pesca nonché l’avvio di una riforma agraria (in un paese dove il latifondo è ancora largamente dominante) che colpivano gli interessi della classe dominante (su questo vedi anche FalceMartello n° 153). Serrate e scioperi convocati dalla vecchia centrale sindacale, la Ctv, legata al vecchio sistema di potere hanno cercato di far desistere il Presidente. Insubordinazioni continue di alti ufficiali a partire dallo scorso gennaio puntavano a minare il suo consenso nelle Forze armate.

A febbraio Chavez sembrava fare un passo indietro, annunciando una finanziaria che tagliava del 22% le spese statali e lasciando libera di fluttuare la moneta nazionale. Tutti i limiti di una posizione in mezzo al guado, né apertamente antioperaia né rivoluzionaria, si facevano sentire con il calo del prezzo del petrolio e la conseguente diminuzione delle entrate nelle casse dello stato dalle esportazioni. Il paradosso è che le multinazionali Usa del petrolio presenti in Venezuela hanno aumentato del 20% i loro profitti in questi tre anni!

Colpo di Stato

Proprio la politica della Pdvsa, l’azienda petrolifera statale, è stata la miccia dello scontro di questi giorni. Il conflitto si accende quando la direzione aziendale propone di uscire dall’Opec e di avviare la privatizzazione dell’azienda. Il governo non può accettarlo e sostituisce la maggioranza del vertice della Pdvsa. Feder-camaras (la Confindustria) e Ctv convocano uno sciopero-serrata ad oltranza dal 9 aprile. Da mesi Tv, radio e giornali lanciano quasi all’unisono una campagna diffamatoria contro "El gato" Chavez, accusato di essere filocastrista e di voler portare il paese verso il comunismo.

L’11 aprile una manifestazione di circa 50mila persone marcia verso Miraflores, la residenza presidenziale. Che il consenso verso Chavez fosse in declino era chiaro, ma che queste manifestazioni abbiano goduto di un autentico appoggio di massa, non ne siamo affatto certi. Ai lavoratori in sciopero veniva pagata la giornata lavorativa, una pratica quantomeno singolare! Quello stesso giorno ci sono scontri a fuoco con numerosi morti e feriti. Alcune fra le più alte cariche dell’esercito "dimettono" Chavez e al suo posto si insedia il presidente di Federcamaras Carmona. Subito viene sospesa la Costitu-zione e le garanzie democratiche. Un’ondata di repressione si scatenava sugli attivisti di sinistra

Vi aspettereste che si alzi il coro di indignazione di Washin-gton a difesa del "governo democraticamente eletto". Invece no! Come si poteva condannare un golpe che favoriva gli interessi Usa? Così per il Dipartimento di Stato "la colpa degli avvenimenti è di Chavez" (?!), mentre Wall Street festeggiava e l’Fmi riconosceva il nuovo governo.

Lor signori sono democratici liberali finché non si tocca il loro portafogli!

Le masse insorgono

Sabato 12 aprile la situazione cambia improvvisamente. Centi-naia di migliaia di giovani, di lavoratori, di disoccupati dai quartieri popolari di Caracas marciano verso Miraflores. Diverse guarnigioni e reggimenti delle Forze armate dichiarano di non riconoscere i golpisti e di appoggiare Chavez. Tutto ciò viene chiaramente oscurato dai mezzi di informazione.

Scontri violenti e saccheggi sconvolgono la capitale e le altre principali città. I manifestanti proclamano di voler "difendere la rivoluzione" e ad essere disposti a "uccidere per Chavez". Final-mente diverse centinaia di loro prendono possesso del palazzo presidenziale.

Allora frettolosamente le Forze armate golpiste tolgono l’appoggio a Carmona e Chavez torna dalla caserma su un’isola caraibica dove era tenuto prigioniero. Le masse venezuelane hanno trionfato.

Nulla nel futuro potrà essere come prima di queste giornate. Rappresentano un salto di qualità, come lo fu il Caracazo del 1989, l’insurrezione popolare che tolse ogni base d’appoggio ai partiti che per decenni avevano governato il Venezuela. "El gato" nel suo primo messaggio alla nazione raccomanda moderazione e fa appello all’unità nazionale. Moderazione che però, stante l’attuale livello di scontro tra le classi, non può trovare spazio. Una radicalizzazione a sinistra del programma politico dell’ex colonnello appare la prospettiva più probabile. Difficile affermare oggi dove eventuali misure possano arrivare, ma esistono tutte le condizioni perché vengano colpiti gli interessi dei capitalisti maggiormente coinvolti nel colpo di Stato. Il processo avrà comunque un andamento confuso, perché Chavez è ben lontano dall’essere un marxista, come lo accusano i suoi avversari.

Chavez si fidava delle Forze armate e amava ripetere che non sarebbe finito come Allende in Cile. Ha rischiato grosso, ma il problema non consiste in un suo errore di valutazione. Risiede nella natura di classe dell’eser-cito, che non è nient’altro che un corpo di uomini armati a difesa degli interessi della classe dominante. Non può bastare la rimozione degli ufficiali più compromessi col golpe per assicurare la lealtà delle Forze armate. A questo apparato se ne deve sostituire un altro, una milizia operaia e popolare armata per difendersi dalla controrivoluzione.

Chavez da questa esperienza avrà imparato molte lezioni, ma dubitiamo che abbia riflettuto su questa necessità. Mai il Movi-mento V Repubblica ha lanciato un appello alla classe operaia a organizzarsi per prendere la direzione della "rivoluzione bolivariana" nelle sue mani. Al massimo si convocavano le masse per ratificare attraverso adunate di piazza le misure già prese. L’esperienza ha dimostrato che solo l’intervento attivo delle masse può sconfiggere la reazione. Non serve "l’unità nazionale di tutti i bolivariani", né l’Onu o l’Unione europea, che avrebbero sul momento versato qualche lacrima e protestato fermamente per il rispetto dei diritti democratici per poi continuare a fare affari con il Venezuela,

Il proletariato venezuelano deve contare solo sulle proprie forze e su quelle dei lavoratori dell’America Latina. L’Argentina è nel mezzo di un processo rivoluzionario. Se in questi due paesi il capitalismo venisse abbattuto, sarebbe l’inizio della rivoluzione in tutto il continente.

Rivoluzione o controrivoluzione

Gli avvenimenti del Venezuela mostrano una volta di più come l’intero continente latinoamericano sia in ebollizione. La classe dominante e l’imperialismo Usa sono chiaramente in difficoltà, come dimostra la figura meschina rimediata dalla Casa Bianca che si è precipitata a riconoscere i golpisti per poi, quando Chavez è tornato al potere, dichiarare candidamente che si aspettano che egli "rispetti le regole democratiche". Come in Ecuador nel 1999 e in Argentina lo scorso dicembre, la reazione delle masse e la loro determinazione ha colto di sopresa la classe dominante, mandando all’aria i suoi progetti. Tuttavia anche in questo caso le masse sono state abbastanza forti da imporre la loro volontà, ma non abbastanza da portare a termine la rivoluzione e dare all’avversario il colpo decisivo.

In futuro vedremo nuovi tentativi di condurre colpi di Stato, la reazione assumerà forme più sanguinose e spietate. Ricordia-mo come anche in Cile il golpe di Pinochet del 1973 venne preceduto da numerose cospirazioni e da un precedente colpo di Stato fallito nel 1971. Il compito di costruire una direzione rivoluzionaria all’altezza dei compiti in Venezuela e in tutto il continente diventa più che mai una necessità bruciante.

Joomla SEF URLs by Artio