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Si terranno il 7 ottobre le elezioni presidenziali venezuelane. A Chavez si contrappone Henrique Capriles, membro di una delle famiglie più ricche del Venezuela e fondatore del partito conservatore Primero Justicia nel 2000. Nello stesso anno Capriles durante il golpe del 2002 guida l’assalto all’ambasciata cubana. Il pm Danilo Anderson che lo accusa di crimini contro la Repubblica salta in aria con un’autobomba nel 2004.

In una parola Capriles è un sorcio di cui è pieno il capitalismo latinoamericano e internazionale. Il punto è che stiamo parlando del Venezuela: un paese da 14 anni in pieno processo rivoluzionario. Non solo Capriles da tempo dovrebbe essere in carcere per reati ordinari, ma dovrebbe aver perso i suoi privilegi di classe. Invece è libero di riunire attorno a sé tutta la reazione politica ed economica e di attentare alla rivoluzione con metodi legali alternati alle trame dei servizi segreti americani.

Chavez vincerà le elezioni, con molta probabilità. Tutti i sondaggi lo danno in vantaggio. Il punto però non è solo sconfiggere Capriles elettoralmente, ma cancellare socialmente tutti i Capriles. La vittoria elettorale può dare ancora tempo alla rivoluzione, ma per quanto ancora?

Gli avanzamenti registrati dal 1998 ad oggi sono indiscutibili. Nel rapporto annuale 2011, Chavez ha snocciolato i dati che lo dimostrano. Eppure la rivoluzione arranca sempre dietro i propri obiettivi. Il Venezuela rimane pur sempre un sistema di mercato. I grandi gruppi industriali e finanziari rimangono in possesso delle principali leve economiche. Il proposito di Chavez di sviluppare il Venezuela in collaborazione con la borghesia nazionale è più che mai lontano dalla realtà. Il capitale privato venezuelano, legato al mercato internazionale e di conseguenza all’imperialismo, ha semmai accentuato il proprio ruolo parassitario.

In 10 anni il settore pubblico ha investito 500 miliardi di dollari. Si tratta di due terzi del totale degli investimenti realizzati. Viceversa la stessa Confindustria venezuelana ammette che il 75% delle aziende affiliate non effettuerà investimenti.

Parte di questi soldi pubblici sono andati in sussidi ai poveri, nuova scolarizzazione, infrastrutture, banche sociali, sviluppo della Banca di Stato e delle catene alimentari pubbliche. Ma in grossa parte sono stati risucchiati dallo stesso capitale attraverso la spirale inflattiva, oggi al 27% circa. Le immissioni di liquidità dello Stato nel sistema assomigliano alle trasfusioni di sangue in un organismo coperto di sanguisughe. Che cosa impedisce all’organismo bolivariano di scuotersele di dosso?

I prezzi rincarano come risultato di due fenomeni combinati. Da un lato c’è il boicottaggio del capitale privato che non fa corrispondere ad un aumento della disponibilità di liquidità un uguale aumento dell’offerta produttiva. In secondo luogo, l’inflazione è la tassa invisibile da pagare per l’esistenza della burocrazia e della corruzione nel campo statale e chavista.

L’esistenza di questa casta improduttiva, che assorbe soldi e aumenta i costi, è ammessa e considerata dallo stesso movimento bolivariano la piaga della rivoluzione. In tutte le sue possibili varianti, la burocrazia è una formazione sociale che sorge nel rapporto tra le classi: quella chavista è un misto di eredità del passato e di nuovi funzionari che si sono arricchiti come dirigenti delle cooperative, delle missioni sociali, dei settori economici pubblici sviluppati dal ‘98 in poi.

Se la rivoluzione allarga la spesa pubblica, senza però eliminare la logica del profitto, sorge un interesse sociale oggettivo a impadronirsi di questa ricchezza e a farne una leva di miglioramento individuale per farsi largo nel mercato. Tale casta ha infine l’interesse a mantenere la rivoluzione in questo stallo, perché ogni avanzamento politico ed economico del socialismo la renderebbe superflua. A contatto con tali “dirigenti chavisti” le masse perdono fiducia nella stessa rivoluzione.

Chavez è considerato dalle masse esterno alla burocrazia. Ma se non ingaggia una battaglia contro di essa, c’è il rischio che ne venga strangolato. Se le masse venezuelane non sapranno spingere il processo fino in fondo, il rischio è quello di vincere le elezioni oggi e di perdere la rivoluzione domani.

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