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Imparare dalla sconfitta


La vittoria del No per un pugno di voti rappresenta sicuramente il primo shock elettorale subito dal movimento bolivariano dal 1998 ad oggi. Il no vince con uno scarto di circa 130mila voti sul sì.

Una vittoria al fotofinish, come ha affermato Chavez, dovuta all’alto numero di astenuti, il 44% degli aventi diritto al voto. Se confrontiamo il voto di ieri con le elezioni presidenziali dello scorso dicembre, si capisce subito perché Chavez ha perso. Mentre l’opposizione aumenta di poco il numero dei suoi sostenitori (circa 100mila voti in più) Chavez perde circa 2milioni ed 800 mila voti. Quindi l’opposizione ha mantenuto intatte le proprie forze, mentre il fronte rivoluzionario in questa consultazione è stato molto indebolito.

È interessante leggere i commenti dei quotidiani italiani rispetto alla vittoria del No. I giornali borghesi si fregano le mani contenti per la prima sconfitta del “figlioccio di Fidel Castro”, che al tempo stesso però è paragonato anche a Mussolini ed a Berlusconi in un calderone all’insegna dell’antipolitica che piace tanto a Repubblica o al Corriere. Più sconcertanti sono gli articoli dei giornali di sinistra, quasi compiaciuti per la sconfitta che ha, dicono, “rappresentato una vittoria per la democrazia”: finalmente è stato dimostrato che Chavez non è un dittatore.

La lotta politica oggi in atto in Venezuela è ridotta ad una partita a tennis fra gentiluomini dove la prima regola è il fairplay e dove a volte si deve lasciare vincere l’avversario. La democrazia “dell’alternanza” è il concetto che domina l’editoriale di Sansonetti su Liberazione del 4 dicembre: “La grandezza del socialismo del XXI secolo sta nella correttezza dei metodi nei quali viene affermato. (…) Questa correttezza prevede anche le difficoltà, i rinvii, la ricerca di nuovo consenso, di nuove mediazioni, di passi indietro, la rinuncia agli strappi”. Difficoltà, rinvii, mediazioni, passi indietro, sono state le cause principali della sconfitta di ogni rivoluzione, di vere e proprie tragedie per il movimento operaio. Proprio per il suo desiderio di “mediare” fra posizioni inconciliabili Allende fu ucciso da Pinochet nel golpe del 1973, insieme a decine di migliaia di giovani e lavoratori.

Come comunisti non possiamo accettare ragionamenti del genere. Una vittoria nel referendum sarebbe stato un grasse passo in avanti per la rivoluzione, mentre la sconfitta rappresenta un passo indietro preoccupante. Al tempo stesso non eleviamo le elezioni a feticcio. Le elezioni in Venezuela hanno giocato un ruolo importante nell’unificare e mobilitare le masse bolivariane attorno ad un obiettivo. Un cambiamento decisivo in Venezuela non passerà attraverso i seggi elettorali o gli articoli della costituzione, ma avrà come teatro le piazze, le fabbriche, le campagne, i quartieri popolari: la rivoluzione si deciderà nello scontro di classe fra lavoratori e borghesia.

Detto questo, i cambiamenti alla costituzione, se approvati, avrebbero potuto porre le premesse per una svolta decisiva nel processo rivoluzionario. Rimanevano molte ambiguità riguardo a quale forma di proprietà sarebbe stata prevalente, se quella pubblica o privata, ma allo stesso tempo si introduceva la parola “socialista” nella denominazione della repubblica bolivariana, si proibiva il latifondo e si introducevano le 36 ore di lavoro settimanali, oltre alla riforma più pubblicizzata dai giornali italiani, la rimozione del limite di rielezione per il presidente.


Il boicottaggio del settore moderato


Il movimento bolivariano, tuttavia, è arrivato alla sfida referendaria con le proprie avanguardie indebolite e logorate dall’azione della burocrazia interna allo stesso movimento chavista.

Questa volta abbiamo infatti assistito ad una vera e propria levata di scudi da parte del settore moderato del chavismo. Partiti come Podemos, impauriti anche dal crescente successo del nuovo partito socialista (Psuv), o l’ex ministro della difesa Raul Isaias Baduel, sono passati al campo dell’opposizione, invitando a votare no ed incitando alla rivolta aperta contro le modifiche alla Costituzione.

Questi signori hanno appoggiato il movimento chavista fino a quando i contorni della proposta di “socialismo del XXI secolo” erano indefiniti, e ancor di più quando nei primi anni la “terza via” proposta dal presidente prefigurava una sorta di limbo che poteva accontentare un po’ tutti, anche la classe dominante. Quando si sono avviate le prime nazionalizzazioni e i contorni della proposta hanno preso una forma troppo radicale per loro, Baduel e soci hanno gettato la maschera e si sono uniti al coro dell’opposizione filo Usa, in compagnia dei “soliti noti”: Confindustria, Chiesa cattolica, grandi mass media (che nonostante quello che si dice qui in Italia, sono ancora per oltre il 90% in mano ai privati).

I riformisti nel momento decisivo si schierano quindi, come sempre nella storia, con la controrivoluzione e l’imperialismo. Hanno condotto una campagna forsennata contro Hugo Chavez; hanno pubblicato inserzioni a pagamento sui principali quotidiani che denunciavano come, se avesse vinto il sì, i bambini sarebbero stati tolti alle famiglie ed affidati allo stato o che la religione sarebbe stata abolita. Una propaganda che oggi però ha avuto un effetto, anche se la vittoria dell’opposizione è stata comunque di misura, solo il 51%.

Dal 1998 è la prima volta che Hugo Chavez è sconfitto in una consultazione elettorale: si tratta di una lezione dura per il movimento bolivariano che proprio per questo dobbiamo apprendere fino in fondo.

Da più parti utilizzeranno questo referendum per spiegare che quando la rivoluzione si spinge troppo avanti, perde. Tutto il contrario.

Noi crediamo invece che, prendendo in esame gli ultimi 12 mesi, dallo strepitoso successo nelle presidenziali ad oggi, si siano perse molte occasioni.

Chavez ha nazionalizzato alcune grandi imprese, come Cantv, la principale azienda di telecomunicazioni, o l’azienda di energia elettrica di Caracas, ha annunciato la creazione del Psuv (a cui le masse hanno risposto entusiasticamente, con oltre 5 milioni di pre-iscrizioni al nuovo partito) e non ha rinnovato le licenze a Rctv, una delle catene televisive che avevano appoggiato il fallito golpe del 2002.

La borghesia ha però risposto colpo su colpo, organizzando un sabotaggio economico spaventoso: nelle scorse settimane è diventato difficile reperire prodotti base come il latte o le uova. Un’inchiesta di Datanalisis (l’Istituto si statistica venezuelano) compiuta a novembre rivela che 73,3% dei negozi visitati non aveva latte in polvere, il 51,7% lo zucchero, il 40% mancava di olio per cucinare. Che tipo di socialismo è un socialismo dove vengono a mancare prodotti alimentari di prima necessità nei negozi, avranno pensato migliaia di lavoratori veneuzuelani? L’inflazione a novembre 2007 è cresciuta del 22,6% rispetto al novembre 2006, il governo cerca di regolare i prezzi, fissandone un tetto massimo. La risposta delle grandi catene di distribuzione, in mano ai privati, è stata quella di ritirare le merci dai supermercati. Una forma di sabotaggio molto simile a quella attuata contro il governo di Allende nel Cile degli anni Settanta. L’unico modo per porre fine a questi fenomeni sarebbe l’esproprio e la nazionalizzazione delle grandi catene di distribuzione e dei supermercati.


Da dove nasce l’astensionismo


L’astensione nel campo chavista è un avvertimento, la gente è stanca. Si sono fatte grandi cose, si è eliminato l’analfabetismo e ridotto la povertà, ma ancora milioni di persone sono indigenti e vivono nelle baracche dei quartieri intorno a Caracas, mentre le ricchezze dei controrivoluzionari non sono state toccate.

C’è tutto un settore del movimento bolivariano che ha sì accettato nazionalizzazioni e occupazioni di fabbriche, ma che poi ha cercato di ostacolare in tutti i modi la partecipazione attiva dei lavoratori delle fabbriche stesse. I consigli di fabbrica delle aziende nazionalizzate di recente non hanno alcun ruolo nella gestione di queste ultime.

La vicenda di Sanitarios Maracay è emblematica, in questa azienda di sanitari che impiega oltre 600 dipendenti i lavoratori hanno occupato la fabbrica e gestito la produzione per diversi mesi, ma si sono trovati senza commesse e materie prime, mentre il ministro del lavoro dichiarava non di interesse nazionale la nazionalizzazione dell’azienda. Dopo diversi mesi senza stipendio, basandosi sulla stanchezza dei lavoratori, il vecchio consiglio di fabbrica è stato defenestrato e rimpiazzato da un gruppo più accondiscendente nei confronti del padrone.

In questo contesto, le dichiarazioni del Presidente, che dichiarano come il sistema cooperativo “ha fatto il suo tempo” e che indica la gestione e il controllo operaio come il modello dell’azienda socialista, sono certo importanti ma non bastano. Nei momenti decisivi se non si accompagnano alle parole i fatti il rischio non è solo la demoralizzazione, ma che l’avversario possa riprendere l’iniziativa.

Quanto più ci si avvicina allo scontro decisivo, tanto è importante un’azione ferma e risoluta. L’incertezza invece regna nel campo rivoluzionario, dove oltre ai settori più moderati, anche i settori che si definiscono “classisti” hanno giocato un ruolo negativo. Ci sono stati infatti dirigenti dell’Unt, il sindacato principale del paese, che hanno invitato a votare scheda nulla nel referendum. La Unt stessa è praticamente paralizzata dall’estate del 2006, quando nel congresso le varie frazioni all’interno della direzione non si riuscirono a mettere d’accordo sulle modalità di voto di una direzione unitaria del sindacato stesso!

La campagna per il sì è stata organizzata da parte della burocrazia del movimento chavista come una campagna fredda e priva di capacità di mobilitazione. A parte chi è passato armi e bagagli al no, c’è chi ha lavorato nel silenzio perché il sì non trionfasse. Come i governatori dello stato di Carabobo o di Apure, che mai si sono pronunciati per il sì.

Tutto ciò dovrebbe fare aprire gli occhi a Chavez e ancor di più ai settori più combttivi del movimento bolivariano: il principale pericolo viene oggi dall’interno dello schieramento bolivariano. E contemporaneamente è dalla base, dalle fabbriche e dai quartieri poveri di Caracas e delle altre grandi città che potrebbe venire l’aiuto principale.

Nelle proposte di modifica della costituzione si doveva dare poteri effettivi ai consigli di fabbrica ed ai consigli comunitari, che esistono già nei quartieri. Ebbene, quello che conta è il potere reale, non quello che si scrive sui pezzi di carta. I consigli di fabbrica si devono formare in ogni azienda e prendere il controllo della produzione. Nei quartieri i consigli comunitari dovrebbero occuparsi di individuare gli speculatori e chi lucra al mercato nero e prendere duri provvedimenti contro di essi.

Hugo Chavez ha affermato a caldo che manterrà la sua proposta di riforma costituizionale. Ha detto “non abbiamo potuto… per ora” riecheggiando con queste parole finali la promessa fatta in televisione nel febbraio del 1992, dopo il fallito tentativo di golpe contro il governo reazionario di Carlos Andres Perez.


Riconciliazione nazionale?


Dall’altro versante, quello dell’opposizione, si invita Chavez a sedersi ad un tavolo e a riconsiderare tutto il percorso intrapreso. Baduel chiede addirittura l’elezione di una nuova assemblea costituente.

I rivoluzionari devono rifiutare qualunque compromesso con l’opposizione. Non c’è niente da conciliare tra rivoluzione e controrivoluzione, tra oppressi ed oppressori.

Allo stesso tempo la tattica dell’opposizione è pericolosa perchè più accorta di altre scelte in passato. Oggi non sono in grado di rovesciare Chavez con un colpo di stato, non dispongono della forza necessaria e provocherebbero la reazione furiosa delle masse. Bisogna, pensano, prendere tempo e sulla base di un appello alla “riconciliazione nazionale” portare Chavez su posizione più moderate. Ciò demoralizzerebbe la base chavista, rafforzerebbe il settore riformista e fornirebbe loro lo spazio per riorganizzarsi, in vista di futuri tempi migliori.

Purtroppo in un discorso televisivo di lunedì 3 dicembre Chavez sempra averli ascoltati, quando afferma di aver “sbagliato nella scelta del momento per proporre la riforma (costituzionale, ndr)” e che “non siamo pronti per incamminarci verso un governo apertamente socialista”.

Chavez, come ha fatto altre volte, dovrebbe ascoltare anche questa volta la propria base, che chiede l’epurazione dei burocrati e dei corrotti appartenenti alla destra del movimento bolivariano.

Riprendere il cammino dopo questa sconfitta significa innanzitutto condurre una lotta politica per fare del Psuv un autentico partito rivoluzionario, liberandolo dall’influenza demoralizzante dell’ala burocratico-riformista, e lavorare alla costruzione dei quegli strumenti di autorganizzazione delle masse, a partire dai consigli di fabbrica, che possano diventare la spina dorsale delle battaglie che si preparano.

Solo su questa base sarà possibile riprendere il cammino verso il socialismo, nazionalizzando le multinazionali, i grandi gruppi industriali e il settore finanziario e bancario, ponendoli sotto il controllo e la gestione dei lavoratori. Questo è quello che noi chiamiamo socialismo, e nella lotta per questo programma si deciderà il futuro della rivoluzione in Venezuela ed in America latina.

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