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Oggi, dopo la vittoria schiacciante ottenuta dallo schieramento rivoluzionario nelle elezioni presidenziali del dicembre 2006, la situazione venezuelana è chiaramente ad un punto di svolta. Le nazionalizzazioni di Cantv e di Endesa, il non rinnovo della concessione all’emittente Rctv, la creazione del Partito socialista unito del Venezuela, fino alla definizione del carattere socialista del Venezuela stesso sancito nelle proposte di modifica della Costituzione, sono tutti segnali di un deciso spostamento a sinistra dello scenario politico.
 

I cambiamenti proposti alla Costituzione, che saranno oggetto di un grande dibattito a livello di massa che culminerà in un referendum il prossimo dicembre, sono esemplificativi dei grandi passi in avanti fatti in questi anni, ma anche delle grandi contraddizioni ancora insite nella rivoluzione venezuelana.

Si è molto parlato della cancellazione del limite di candidature consecutive del presidente, eludendo il fatto che in Venezuela tutte le cariche elettive possono essere soggette a revoca in qualsiasi momento. Questo strumento è stato utilizzato dall’opposizione nell’agosto 2004 contro Chavez, salvo poi uscirne con le ossa rotte e con una sconfitta bruciante. I punti più importanti sono comunque rappresentati dall’abolizione del latifondo, dal limite della giornata lavorativa a 36 ore e dal riconoscimento dei “consejos comunales” e dei consigli operai come “strumenti nell’esercizio diretto della sovranità popolare e della costruzione del socialismo”. Il riconoscimento su carta di questi diritti è importante e farà della costituzione venezuelana una delle più avanzate del mondo. Ma una conquista deve essere puoi raggiunta nella pratica e non basta che sia scritta su un pezzo di carta, come i lavoratori italiani sanno benissimo sulla base della reale applicazione negli ultimi sessant’anni della nostra costituzione.

Permangono forti ambiguità sulla decisiva questione della proprietà. L’articolo 115 recita: “Si riconoscono e si garantiscono differenti forme di proprietà. Quella pubblica appartiene direttamente allo Stato, quella sociale al popolo nel suo insieme e potrà essere indiretta quando è esercitata dallo Stato in nome della società e diretta quando lo Stato la assegna diverse forme di enti pubblici e macro organizzazioni sociali. (…) La proprietà mista, formata dal settore pubblico, quello sociale, collettivo e privato, in diverse combinazioni sempre sottomessa alla autorità della Nazione e la proprietà privata quella che appartiene a persone naturali o giuridiche e che si basa su beni di consumo e mezzi di produzione legittimamente ottenuti”.

In questo articolo si legittimano tutte le forme di proprietà, siano esse pubbliche private o collettive, ma non si spiega quale debba essere quella dominante. Il modello di economia mista che qui di fatto viene riproposto è pieno di pericoli: non è così lontano l’esempio della rivoluzione sandinista in Nicaragua: proprio il rifiuto di porre sotto il controllo dello stato i gangli vitali dell’economia fu una delle cause della vittoria della controrivoluzione. Finché le principali leve finanziarie e produttive saranno in mano al settore privato, alle multinazionali, all’oligarchia, il sistema capitalista utilizzerà per i suoi fini qualsiasi forma di proprietà pubblica.

Il socialismo non può essere solo forma, dichiarazioni di buona volontà, ma per poter vivere e rafforzarsi deve anche essere sostanza. E la sostanza è che nonostante alcune nazionalizzazioni, le fondamenta dell’economia venezuelana sono ancora capitaliste.


Un economia mista?


Lo stato gioca un ruolo sempre maggior nella crescita dell’economia (seconda per crescita nel 2006 solo a quella cinese), la spesa pubblica rappresentava il 25,4% del Pil nel 1998, oggi è al 39,4%. A questo aggiungiamo il controllo sui prezzi, sugli affitti, sulla valuta e sul commercio. Qual è la risposta del padronato? L’aperto boicottaggio: semplicemente non si investe nell’economia. Il numero di industrie manifatturiere si è quasi dimezzato tra il 1998 ed il 2006, passando da 11 mila a 6 mila. Al tentativo di controllo dei prezzi da parte dello Stato la borghesia risponde con la mancata distribuzione dei generi alimentari, per il 26% dei quali c’è scarsità al dettaglio. L’inflazione si impenna, arrivando al 20% quest’anno e lo Stato deve aumentare l’importazione di ogni genere di prodotti. L’industria alimentare ed il settore della distribuzione è infatti controllato da poche grandi multinazionali.

Davanti a questi dati, come si può affermare come recentemente fatto dal ministro per la pianificazione Jorge Giordani, che “non esiste contraddizione tra l’impresa privata ed il socialismo venezuelano”?

Una delle caratteristiche della rivoluzione venezuelana è che dopo ogni passo in avanti compiuto grazie all’iniziativa delle masse, che spesso ha trovato una sponda efficace nel presidente Chavez, potenti forze cercano di riportare indietro il processo. E non ci riferiamo solo all’imperialismo o alla borghesia nazionale, ma anche e soprattutto al settore riformista e alla burocrazia dell’apparato statale che rimane ancora, come l’economia, capitalista.


L’attacco a Sanitarios Maracay


Chavez aveva lanciato oltre due anni fa lo slogan “fabbrica chiusa, fabbrica occupata” e in diverse fabbriche i lavoratori avevano preso la cosa molto seriamente, assumendo il controllo degli stabilimenti dove erano impiegati. In un paio di casi, Invepal ed Inveval, le aziende sono state nazionalizzate. Ma nel caso di Sanitarios Maracay, la cosa è andato molto diversamente. L’azienda di sanitari è stata occupata nel novembre scorso dai lavoratori, che ne hanno chiesto la nazionalizzazione sotto controllo operaio (vedi articoli su www.marxis-mo.net). Il ministro del lavoro, Ramon Rivero, si è sempre dichiarato contrario affermando che l’azienda non era strategica per il paese. I lavoratori sono stati lasciati soli, anche dalla direzione dell’Unt, la centrale sindacale, le cui diverse correnti o hanno apertamente avversato la lotta di Sanitarios o l’hanno appoggiata solo a parole. Senza commesse e senza forniture, in una situazione che si faceva sempre più difficile, il 10 agosto scorso un gruppo di impiegati e di quadri dirigenti dell’azienda hanno esautorato il consiglio di fabbrica eletto dai lavoratori. Nel fare questo sono stati spalleggiati dal ministero del lavoro e da un settore della burocrazia sindacale. Il tutto per normalizzare la situazione e riportare Sanitarios Maracay in possesso del vecchio padrone.

La stretta nei confronti delle esperienze di controllo e gestione operaia non avviene solo a Maracay, ma possiamo considerarla come un fatto generalizzato, al punto che solo alla Inveval, una fabbrica di valvole per l’industria petrolifera, possiamo affermare che i lavoratori gestiscano effettivamente la produzione, anche grazie al ruolo dirigente del Freteco e della Corrente marxista rivoluzionaria.


Il Partito socialista unificato


La burocrazia statale, nonostante le denunce del presidente. sta rialzando pericolosamente la testa e cercando di soffocare ogni espressione spontanea di intervento politico delle masse

Il Partito unito socialista del Venezuela, nelle intenzioni del presidente Chavez che l’ha lanciato nel dicembre scorso, è un tentativo di rompere la cappa riformista e di costruire uno strumento di cui le masse potessero utilizzare per l’abbattimento del capitalismo.

L’appoggio a questa idea da parte delle masse è stato entusiasta. Nel giro di otto settimane, oltre 5 milioni e mezzo di persone si sono registrate e si calcola che circa un milione e mezzo di persone partecipino alle riunioni che stanno preparando il congresso di fondazione. I vertici dei vecchi partiti che facevano parte del movimento bolivariano (Mvr, Podemos, Patria para Todos,ecc) erano stati spiazzati dal lancio del nuovo partito e si erano divisi aspramente sull’adesione al Psuv. La separazione dal settore riformista da quello rivoluzionario, fatto assolutamente salutare, sembrava potesse avvenire. Nelle ultime settimane tuttavia diversi di questi dirigenti moderati stanno facendo sentire la loro pressione all’interno del nuovo partito.

La rinuncia ad assumere un programma marxista, di cui si è fatto fautore anche il presidente, il rifiuto posto alla costruzione di “battaglioni” (vale a dire cellule) del Psuv all’interno dell’esercito, cercando così di preservare le forze armate dall’influenza del movimento rivoluzionario, sono segnali non positivi.

Al tempo stesso la creazione del Psuv rappresenta un fattore di novità straordinario la cui natura e funzione sono ben lungi dall’essere cristallizzate. Perciò consideriamo un errore clamoroso quello di gruppi “rivoluzionari” (tra cui Orlando Chirsino, tra i principali dirigenti dell’Unt) di non aderire al Psuv e di voler costruire un partito rivoluzionario indipendente.

L’esperienza della rivoluzione venezuelana ha dimostrato come per i rivoluzionari sia decisivo lavorare all’interno del movimento bolivariano, in tutte le sue espressioni di massa. Tanto più oggi che la formazione in costruzione ha un carattere socialista, di chiara trasformazione sociale, e gode di un appoggio entusiasta da parte dei giovani e dei lavoratori.

Particolari condizioni interne ed internazionali hanno fatto assumere alla rivoluzione in Venezuela un carattere prolungato e contraddittorio. Ma non si potrà rimanere ancora a lungo a metà strada, tra capitalismo e socialismo.

La chiave di volta della situazione risiede nell’entrata in campo della classe operaia come forza trainante del processo e nella radicalizzazione della rivoluzione a livello continentale. Su questi assi di intervento i marxisti venezuelani si impegneranno nel prossimo futuro.

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