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Il candidato bolivariano Nicolas Maduro ha vinto le elezioni presidenziali del Venezuela del 14 aprile per un soffio. Con il 99,12% dei voti scrutinati e un 78,71% di affluenza, Maduro ottiene 7.505.378 voti (50,66%) e Capriles 7.270.403 voti (49,07%). Quest’ultimo ha dichiarato di non riconoscere il risultato e ha chiesto di ricontare i voti. La Commissione nazionale elettorale (Cne) ha accettato di procedere a un riconteggio, anche se tutti gli osservatori internazionali, hanno giudicato le operazioni di voto “regolari”.Ma soprattutto l’opposizione ha scatenato una campagna di violenza e di terrore, che ha portato all’uccisione di otto militanti chavisti e al ferimento di decine di altri, all’incendio di diverse sedi del Psuv, di altre sedi governative e di organizzazioni bolivariane. Ha poi cercato di organizzare uno sciopero generale insieme a una serrata nei giorni successivi al 14 aprile, con scarso successo.

La strategia destabilizzatrice dell’opposizione, legata all’oligarchia e all’imperialismo, è sempre in campo. Lo schema è chiaro, ogni volta (rare) che l’oligarchia vince, accetta il risultato, ma quando perde, urla ai brogli. Un’opposizione, ricordiamo, che è la stessa del colpo di stato contro Chavez, fallito per la reazione delle masse, dell’aprile 2002.

Una vittoria di misura

Nulla può smentire, tuttavia, che questa sia l’ennesima vittoria elettorale della rivoluzione bolivariana, per quanto di misura. L’affluenza è stata oltre il 78%, solo 3 punti sotto quella del 7 ottobre scorso, quando Chavez è stato rieletto.

Dai dati diffusi Stato per Stato, si può vedere che l’opposizione questa volta è riuscita a recuperare gran parte del terreno perso nelle elezioni presidenziali del 7 ottobre e nelle elezioni regionali di dicembre. Oltre agli Stati che già controllava, ha conquistato Anzoátegui, che aveva già fatto proprio nelle elezioni per l’Assemblea nazionale nel 2010. Ancor più significativo, l’opposizione ha vinto nello Stato chiave di Bolivar, dove si trovano le principali industrie statali di base e dove c’è un ambiente estremamente critico tra la base bolivariana contro il governatore Rangel e la burocrazia in generale, a causa del loro ruolo nella lotta contro il controllo operaio. Eppure, Maduro ha vinto in 16 dei 25 Stati del paese, compreso il distretto della capitale e gli Stati industriali di Carabobo e Aragua.

Nel suo primo discorso dal balcone di Palazzo Miraflores, Maduro ha toccato un tema molto sensibile per le masse rivoluzionarie: quello di fare concessioni o di riconciliarsi con l’oligarchia e l’imperialismo. Ha detto di aver ricevuto una telefonata da Capriles un’ora prima che i risultati delle elezioni fossero annunciati in cui il leader dell’opposizione gli offriva un patto. Maduro ha detto di aver rifiutato tale patto e di aver risposto che la precondizione per eventuali trattative era il riconoscimento dei risultati delle elezioni, cosa che Capriles ovviamente si è rifiutato di fare.

Maduro ha ribadito che non ci sarebbe stato alcun dialogo con la borghesia e che questo non era più il tempo dei negoziati “dietro le spalle del popolo”. Pur non rifiutando di avere colloqui o una conversazione con dei “portavoce ragionevoli dell’opposizione”, ha insistito sul fatto che ciò che era necessario era un vero dialogo “con il lavoratore, con il soldato” e che il dibattito deve perciò iniziare “nelle fabbriche, nei quartieri, al fine di sviluppare il Plan de la patria (il programma elettorale di Chavez) e il lascito di Chavez”, che ha detto essere “la costruzione di un paese socialista”.

Ha poi spiegato come durante la campagna elettorale si è scontrato con una sistematica campagna di guerra economica e di sabotaggio. Infine, ha ammesso la necessità di autocritica e di una “rettifica in profondità” e che il popolo deve partecipare a questo processo.

La dura verità è che questa è stata sì una vittoria, ma solo con il più risicato dei margini, cosa che dovrebbe servire da serio avvertimento per la rivoluzione. Dal 7 ottobre, la rivoluzione bolivariana ha perso 680mila voti, mentre Capriles ne ha guadagnati altrettanti.

Il malcontento accumulato verso la burocrazia “bolivariana” e i riformisti si sta trasformando in una richiesta militante perché si intraprendano azioni contro i sabotatori e gli elementi infiltrati all’interno del movimento rivoluzionario. Ci sono crescenti richieste di una purga all’interno del Psuv.

Maduro ha ragione nel dire che ciò che la rivoluzione sta affrontando è una guerra economica di logoramento da parte della classe dominante. Da questo bisogna però trarre tutte le conclusioni necessarie. L’unico modo per completare la rivoluzione, e difendere le sue enormi conquiste sociali, è colpire il potere economico della classe capitalista, che lo usa per sabotare la volontà democratica della maggioranza. Questo significa espropriare i mezzi di produzione, le banche e i latifondi, al fine di consentire la pianificazione democratica dell’economia nell’interesse della maggioranza della popolazione. Questo di per sé permetterebbe alla rivoluzione di affrontare problemi come l’inflazione, l’accaparramento e la speculazione, che stanno chiaramente avendo l’effetto di erodere la base sociale che sostiene la rivoluzione, cioè i lavoratori e i poveri.

Il problema della corruzione e della burocrazia può essere affrontato solo introducendo la gestione e il controllo operaio a tutti i livelli dell’economia.

I due mesi precedenti alle elezioni, ma soprattutto la risposta alle provocazioni della reazione, hanno dimostrato che le masse bolivariane sono ancora disponibili alla lotta e sono molto superiori alle forze dell’opposizione per quanto riguarda la mobilitazione di piazza.

 

Compromesso o rottura?

 

L’ostacolo al completamento della rivoluzione verso il socialismo non è il “basso livello di coscienza delle masse” come credono i riformisti. È proprio il contrario! Che cosa si può chiedere di più ai lavoratori, ai giovani, alle donne, ai poveri dello schieramento bolivariano? Più volte hanno dimostrato di avere un acuto istinto rivoluzionario, una comprensione politica e una volontà di lotta molto sviluppati. Sono coloro che hanno salvato la rivoluzione in tutti i momenti cruciali, come ieri, e l’hanno spinta in avanti dopo ogni vittoria.

La pressione sui vertici bolivariani per assumere posizioni conciliatorie sarà molto forte. Anche diversi “amici” della rivoluzione bolivariana forniscono consigli in tale direzione come Lula, quando dice che Maduro dovrebbe “formare alleanze con altri settori”. Ignacio Ramonet andava nella stessa direzione quando, intervistato da Telesur, faceva riferimento al “dialogo politico con gli imprenditori, gli investitori, con settori dell’opposizione”. Con amici come questi, non c’è bisogno di nemici!

C’è un settore di burocrati e carrieristi che starà considerando se il campo bolivariano sia quello che potrà fornire le migliori garanzie per le loro carriere, che è l’unica cosa a cui sono interessati.  Tutta una serie di governatori delle regioni sono già passati all’opposizione negli ultimi anni e ora la pressione per saltare il fosso sarà ancora maggiore. Se l’oligarchia fosse intelligente (cosa di cui non siamo sicuri) dovrebbe puntare a giocarsi le sue carte sul medio termine, combinando le denunce rispetto alla “frode elettorale” e gli appelli al riconteggio dei voti con il sabotaggio economico, offrendo al tempo stesso un accordo a tutta una serie di settori della burocrazia bolivariana.

Le masse lavoratrici rivoluzionarie sono l’unica garanzia contro queste manovre, che significherebbero una sentenza di condanna a morte per la rivoluzione. L’avanguardia rivoluzionaria, che è presente in ogni quartiere operaio, in ogni comunità contadina, in ogni fabbrica e in ogni caserma deve riorganizzarsi urgentemente attorno a un programma chiaro su come portare la rivoluzione fino in fondo e su come rispettare il lascito di Chavez per una società socialista.

Il rafforzamento di una corrente marxista all’interno del movimento bolivariano, organizzata attorno al giornale Lucha de Clases è quindi cruciale, proprio perché il marxismo è l’unica ideologia che può fornire un’espressione compiuta alle aspirazioni rivoluzionarie delle masse bolivariane.

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