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All’inizio dello scorso agosto il presidente venezuelano Chavez ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare il Banco de Venezuela. Si tratta del terzo gruppo bancario venezuelano, di proprietà del gruppo multinazionale spagnolo Santander.

 

Secondo la spiegazione fornita dallo stesso Chavez, il Santander stava per vendere il Banco de Venezuela ad un capitalista privato venezuelano. Lo stesso Governo venezuelano, però, ha preteso di inserirsi nella trattativa e di acquisire la banca, concordando il prezzo con il Santander. L’atteggiamento della multinazionale spagnola è a quel punto bruscamente mutato: il Banco de Venezuela è diventata nuovamente incedibile. Il punto non è infatti il prezzo di vendita, ma le finalità che acquisirebbe una volta venduta. Secondo le parole di Chavez, quest’ultima dovrebbe passare da essere un’istituzione capitalista ad una socialista. I piccoli risparmiatori e correntisti vedrebbero garantiti i propri conti, ma complessivamente l’istituto cesserebbe di essere un canale attraverso cui saccheggiare la ricchezza dei lavoratori venezuelani.

L’orrore scatenato nei circuiti finanziari internazionali da questa notizia cozza profondamente con l’atteggiamento con cui gli stessi hanno accolto e caldeggiato lo stanziamento di denaro pubblico per fronteggiare la crisi finanziaria internazionale. Solo tra Europa e Usa, dall’agosto 2007 ad oggi, la liquidità pubblica immessa di fatto a fondo perduto per alleviare le insolvenze del sistema creditizio e bancario supera ampiamente i mille miliardi di dollari. Si tratta di una gigantesca “nazionalizzazione” delle perdite, per salvare il profitto dei grandi privati. Fa specie quindi vedere reazioni tanto isteriche di fronte alla richiesta del governo venezuelano di effettuare una semplice operazione di mercato: comprare una banca in vendita.

Ciononostante è necessario essere chiari: il mercato non può essere affossato con i metodi del mercato. Dimostrare che al governo rivoluzionario venezuelano non è concesso ciò che era concesso ad un grande capitalista venezuelano ha una qualche utilità propagandistica: è la prova di quanto sia grande l’ipocrisia del grande capitale. Ma si tratta di un’utilità molto limitata. La rivoluzione è chiamata in questo momento a dar ben altre prove. Deve provare la propria determinazione ad andare fino in fondo. Da questo punto di vista l’idea che sia necessario indennizzare in qualche modo un grande gruppo finanziario come il Santander (il principale in Sud America) è profondamente sbagliata.

Basti ricordare alcune cifre. Santander aveva comprato il Banco de Venezuela per 430 milioni di dollari. Solo nel 2007 ne ha ricavati profitti per oltre 325 milioni. Nella prima metà del 2008 questi sono cresciuti ulteriormente del 29 per cento (170 milioni di dollari)

D’altro canto, i limiti delle posizioni della direzione chavista possono essere superati solo attraverso la mobilitazione dal basso del proletariato venezuelano. Le nazionalizzazioni fin qui annunciate da Chavez sono state dialetticamente causa ed effetto dello spostamento a sinistra della base rivoluzionaria. Solo attraverso la mobilitazione dei lavoratori, come nel caso dell’acciaieria Sidor, è possibile pretendere che le nazionalizzazioni si estendano e avvengano attraverso metodi rivoluzionari: senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Il rischio tra l’altro è che la crescita del controllo pubblico sull’economia, senza un contemporaneo cambiamento della struttura statale, rafforzi il settore di burocrazia chavista: quei nuovi amministratori arricchitisi con la rivoluzione saldatisi in un solo blocco con i vecchi amministratori riformisti che hanno semplicemente cambiato casacca. Ogni rivoluzione ha i propri “rapanelli”, rossi fuori e bianchi dentro. La critica verso la nomenclatura chavista potrebbe esprimersi nel voto delle prossime amministrative. Il proletariato venezuelano ha ancora profonda fiducia in Chavez e nel progetto socialista, ma ne ha molta meno nei sindaci e i governatori chavisti per cui sarà chiamato a votare a novembre. A far da contrappeso a questo processo ci sarà a breve la formazione della gioventù del Psuv (Partito socialista unificato di Venezuela). Con l’intervento cosciente dei marxisti, questa struttura può trasformarsi nel volano per mobilitare la sinistra chavista. La polarizzazione tra riformismo e marxismo interna al fronte bolivariano ha raggiunto probabilmente il proprio apice: sarà nel vivo dello scontro tra queste due ali contrapposte che verrà deciso il futuro della rivoluzione.

16 settembre 2008

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